Uscita dal corpo, l'anima era stata presa da grande paura, pensando alla sua vita colpevole. Una turba di demonii la circonda, digrigna i denti, le preannunzia l'inferno, e crudelmente la schernisce. Quand'ecco, egli vede accostarsi come una stella splendidissima, che, fattasi vicina, risulta un giovane di singolare bellezza (chi non ricorre qui subito colla mente al celeste guidatore del “vasello snelletto e leggiero„?) e gli si dà a conoscere per il suo angelo custode, mandato dalla misericordia divina. Gli annunzia pene bensì, ma insieme anche il ritorno alla vita, e gli dice di seguirlo. I demonii gridano contro l'ingiustizia di Dio, si picchiano tra di loro, ma se ne vanno, lasciando in quel luogo un gran puzzo. L'angelo, e Tundalo dietro di lui, si mettono in via.
Dopo aver fatto lungo cammino, in mezzo a tenebre rischiarate solo dalla luce dell'angelo, giungono a una valle profonda, piena di carboni ardenti, e ricoperta da un'immensa gratella arroventata, su cui friggono molte anime. Come cera si squagliano e colano sui carboni, per poi essere restituite nella forma di prima. Cominciano di qui i loro tormenti, seguiti da altri ancor maggiori, i parricidi, i fratricidi, gli omicidi in genere, e i loro complici.
Più oltre è un monte con uno stretto passaggio, che ha da una parte un fuoco di zolfo, e dall'altra neve e grandine, e vento orribile. Qui demonii, con forche roventi, aspettano al varco gli insidiatori, per metterli a tormentare, con dolorosa vicenda, or di qua, or di là.
I superbi urlano e gemono entro a un fiume di zolfo nel fondo di una tavola angusta, su cui solo agli eletti è dato di reggersi, mentre gli altri tutti precipitano. Questo ponte, che non rimane solo, come si vedrà or ora, è un'immaginazione che viene ben di lontano. Tundalo, grazie alla sua scorta, riesce a passarlo.
Proseguendo per una via tortuosa, si trovan di fronte a una bestia di grandezza così sterminata, da poter contenere nella bocca molte e molte migliaia di uomini. Il mostro si chiama Acheronte. Esso vomita fiamme, e certi demonii sono continuamente affaccendati a cacciargli in corpo delle anime. È il tormento degli avari. L'angelo d'improvviso sparisce, e Tundalo è preso e trascinato a patire pene incredibili e svariate in quell'orrido ventre. Pure alla fine si trova libero di nuovo, e l'angelo gli è al fianco.
Risanato con un semplice tocco del dito, è condotto ad un lago in continua e violentissima procella, pieno di mostri terribili, che stanno continuamente in attesa di anime da divorare. Questo pure è attraversato da un ponte, largo un palmo, lungo tre miglia, tutto coperto di punte che forano i piedi. Sopra di esso tocca a Tundalo di avventurarsi, tirandosi dietro una vacca indomita, in pena del furto di un animale siffatto. Il poveretto tollera patimenti indicibili; ora cade lui, ora la bestia; e ancora s'aggiunge l'incontro di un'altr'anima, carica di un gran fascio di spighe. Pure, quando Dio vuole, la prova è superata.
Lascio altri tormenti, anche più strani e tremendi, tra i quali non è tuttavia, come forse vi aspettereste, lo starsene a sentire conferenze noiose. E tutto questo non è che purgatorio! Alla fine Tundalo ode grida, ed urli, e tuoni, che fanno un insieme di cui non si può dir a parole l'orrore, e si vede dinanzi come un gran pozzo, dal quale escono tratto tratto fiamme e fumo, che paiono arrivar fino al cielo. Insiem colle fiamme son portate in alto numerosissime anime in forma di faville, che poi ricadono nel profondo. Ecco l'inferno. Una turba di demonii, usciti ancor essi di colà colle fiamme, fa ressa dattorno a Tundalo, e dà luogo a una scena, che subito ci fa pensare a ciò che nell'inferno dantesco segue sulle porte di Dite e al ponte de' barattieri. Ma l'angelo, che era prima sparito, riappare di nuovo, e dissipa costoro. Quindi conduce Tundalo anche giù nel baratro infernale; ma ve lo conduce invisibile a tutti, e senza che più deva partecipare alle pene. Dar conto dei supplizi veduti laggiù, non sarebbe, ci si dice, possibile; però altro non ci si descrive che Lucifero, mostro spaventoso e d'incredibile grandezza, nerissimo, con mille mani, lunga ciascuna cento palmi e munita di unghioni di ferro, con un enorme becco e una gran coda. Giace incatenato sopra una gratella, alla quale sono sottoposti carboni ardenti, rinfocati di continuo per forza di mantici da demonii senza numero. Pieno di furore, prende quante anime gli vien fatto di afferrare, le strizza, le infrange, e quindi, soffiando, le sparge per ogni parte dell'inferno. È allora che si solleva la gran fiamma vista uscire dal pozzo, la quale altro non è che il fiato di Lucifero. Ma poi il mostro aspira di nuovo; e fuoco, ed anime, e demonii, tutto gli rientra in corpo. La pittura è grandiosa davvero e spaventevole.
Tundalo, inorridito, dopo aver avuto dalla sua scorta molte dichiarazioni, domanda ed ottiene di uscir fuori, e ben presto, con gran meraviglia, si trova lieto e sicuro, non più circondato da tenebre. S'arriva ad un muro altissimo, appiè del quale se ne stanno alla pioggia ed al vento moltissime anime, travagliate da fame e da sete. Son coloro che vissero onestamente bensì, ma che non fecero elemosina come dovevano; però, simili agli scomunicati dell'Alighieri, rimangono qui alcuni anni ad aspettare.
Non aspettano Tundalo e l'angelo, e per una porta entrano in un giardino amenissimo su cui il sole mai non tramonta, dove sono le anime di coloro che, liberati dai tormenti infernali, ancora non meritano d'essere accolti nella compagnia dei santi. Nè da questo luogo son bandite del tutto le pene.
Giungiamo al piede di un secondo muro, che non ha porte, e al di là del quale Tundalo si trova, senza saper come, tra cori di santi, che lieti e festosi, in splendide vesti, deliziati da profumi inenarrabili, cantano soavissime melodie. È il paradiso dei maritati, che tennero fede al matrimonio. Al di là di questo, separato al modo medesimo da un muro, n'è uno anche più splendido, destinato ai martiri, a chi serbò la verginità, agli edificatori e benefattori di chiese. Questi ultimi se ne stanno in celle d'oro e d'avorio sotto un grand'albero che raffigura la Chiesa. Finalmente, al di là di un altro muro, fatto di pietre preziose, sono i nove ordini delle milizie angeliche, e la beatitudine più piena. Vi si scorge una seggiola meravigliosa, destinata a un'anima che ancora è tra i viventi. Mentre Tundalo sta qui gustando di una dolcezza ineffabile, gli è annunziato dall'angelo che deve ritornarsene, e immediatamente egli si trova gravato del peso del corpo. Fu allora che riaperse gli occhi.