Tale è questa visione, superiore ad ogni altra così per l'orditura generale come per molti particolari, ma infinitamente lontana pur sempre dalla Divina Commedia.

Là dove tanti avevano fantasticato, e non di rado vaneggiato, Dante solo pensò. La mente dantesca è una tra le più meravigliosamente contemperate che mai sian state nel mondo; fantasia e ragione, che nella maggior parte degli uomini paiono come rappresentarci i due piatti d'una bilancia, dei quali l'uno non può calare senza che l'altro si sollevi, qui sono entrambe in grado sommo e si crescon forza a vicenda. E alla ragione e alla fantasia s'accompagna una potenza di sentimento, capace al modo stesso delle più squisite delicatezze e degl'impeti più fieri; che può esser ruscello che scorre trasparente, accarezzando gentilmente le erbe che sporgono dalle rive, e torrente furioso che va a precipizio, travolgendo macigni, alberi, case, tutto quanto gli si para dinanzi.

Tale la natura aveva fatto l'Alighieri: la vita, piuttosto che per favore di circostanze, grazie ad una sete inestinguibile di sapere, — “La sete natural che mai non sazia„ altro che se Dio stesso l'appaga — aggiunse a tutto ciò una padronanza pressochè piena della scienza del tempo suo. Questa scienza sarebbe stata assai facilmente per altri come una gran pietra legata al piede, sia pure di un'aquila; per lui invece riuscì come la zavorra, per virtù della quale la nave si fa stabile e ben equilibrata.

Questo l'uomo che concepì il disegno di percorrere, dopo tanti e tant'altri, i mondi delle anime. Stiamo pur sicuri ch'egli non ricalcherà le orme di chicchessia. Perfino al cospetto di Virgilio, dell'“altissimo Poeta„ ch'egli non si stanca di chiamare “maestro„ e che, a motivo anzitutto della discesa di Enea all'Averno, sceglie a guida attraverso alle due regioni delle pene, non si riduce nient'affatto a diventare servile. Egli ha certo la rappresentazione sua incomparabilmente più fissa nella memoria d'ogni altra, l'imita talvolta in qualche particolare, ma serba piena ed intera la propria libertà.

Posto di fronte al soggetto suo, Dante provò il bisogno vivissimo di sottometterne, del pari come la successione dei peccati e delle pene, così anche la topografia, a quelle leggi d'ordine e misura, a cui era stato sempre ribelle. Era un caos ciò che a lui stava dinanzi. Poche soltanto tra le descrizioni de' suoi antecessori presentano contorni che possano in qualche maniera esser colti; e allora è un concetto assai povero che ci si offre. Abbiam come una sterminata estensione orizzontale, nella quale s'apre una profonda voragine. Tale è la disposizione virgiliana, tale quella che avete visto nella visione di Tundalo, tale quella di altri esemplari parecchi. Il baratro, come sapete, è l'inferno, dove nel più dei casi neppure si penetra, e del quale ad ogni modo si parla sempre in succinto. Nella parte superiore s'hanno le punizioni a tempo, ossia il purgatorio; e all'estremità sua sogliono incontrarsi le sedi dei beati: ben naturalmente nella concezione dei pagani, pei quali, fino a che la filosofia troppo non se ne immischia, il regno dei morti è uno solo, governato tutto da Plutone, ma con assurdità patentissima quando ci troviamo nei dominii del cristianesimo. I luoghi di pena, apertamente o non apertamente, s'immaginano quasi sempre sotterra. È dunque sotterra anche il paradiso?

Di concepire le cose come i predecessori, Dante non poteva contentarsi: egli cosmografo, egli dotato in grado ben alto di quel senso classico, che rifugge dall'indeterminato e dall'indeterminabile, costituendo un così reciso contrapposto alle tendenze dell'ingegno orientale. E non pago di modificare, tutto trasformò.

Il gran cardine della metamorfosi fu il purgatorio. Dante lo trasse dalle profondità del suolo e lo staccò recisamente dall'inferno. Così operando, egli si accostava ai teologi, che, mentre per lo più eran d'accordo nel ritener sotterranea la regione dei dannati insieme col limbo, non solevano pensare il medesimo di quella delle anime purganti. E non mancava, credo, chi questa regione ponesse appunto, come si fa dal poeta, agli antipodi. Dico solo “credo„ perchè la testimonianza che mi soccorre al momento è alquanto posteriore alla Divina Commedia; ma è troppo ovvio che, se il purgatorio era sulla superficie terrestre, dovesse immaginarsi in quelle parti a cui si pensava che l'uomo non potesse giungere. Del resto perduti nell'oceano i luoghi di pena temporanea sono anche in qualche esposizione leggendaria tra quelle che in generale ci son meno prossime, segnatamente nel famosissimo viaggio di San Brandano.

Ma se qui Dante, fino a un certo segno, abbandonava una tradizione per avvicinarsi ad un'altra, egli fu propriamente originale nella determinazione specifica del concetto. Quel medioevo che tanto favoleggiò delle regioni dei morti, vagheggiò non poco anche l'immagine di quelle sedi beate, che il primo atto di seduzione femminile e di debolezza mascolina si credeva aver tolto all'umanità. All'esistenza reale ed attuale del paradiso terrestre si dava fede quasi universalmente; e fede continuò a darcisi per un pezzo, sicchè è noto come lo stesso Colombo immaginasse di essere arrivato ne' suoi paraggi quando giunse alle foci dell'Orenoco. E sulle carte dell'età di mezzo questa regione felice, alla quale molte leggende facevano pervenire dei fortunati visitatori, è segnata molto spesso. Solo c'era qui pure dissenso quanto alla situazione. I più la ponevano in un remotissimo oriente; non pochi nell'India; altri, che si potranno un giorno far forti anche della poderosa autorità dell'Astolfo ariostesco, nell'Etiopia; parecchi — e non dico infine, perchè ancora non si sarebbe finito — lungi dal mondo abitato, divisa da esso, secondo taluni, da un gran tratto di mare. Ma l'accordo si ristabiliva tra il maggior numero per ciò che spetta alla configurazione particolare. Il paradiso terrestre doveva esser vetta di un monte isolato di straordinaria altezza; di un monte che certuni (chi conosce la Divina Commedia capisce subito il motivo dell'avvertire siffatta particolarità), per sottrarne la cima ai turbamenti atmosferici, facevan spingere il capo fin dentro al cielo lunare. Orbene: Dante prese questo monte, s'appigliò al partito unicamente ragionevole di collocarlo in mezzo al mare e agli antipodi, e dintorno alle sue pendici dispose il purgatorio, ripartendolo, colla sua mente geometrica, in altrettanti ripiani o cinture di forma regolarissima. Curiosa la rispondenza che cotale concezione viene ad avere con una che s'incontra nel Libro delle visioni e rivelazioni della tedesca Matilde di Hakeborn: curiosa assai, ma casuale, e buona a provarci a quante illusioni ci espongono non di rado certe somiglianze anche assai spiccate.

A togliere dalle viscere della terra il purgatorio, a trasportarlo alla luce, ad associarlo strettissimamente coll'Eden, Dante non fu mosso niente affatto da mere convenienze architettoniche. È un concetto ben altrimenti elevato che lo inspira. A lui la condizione di un'anima che espiando si purifica, apparisce cosa celeste. Anzichè una specie di vestibolo dell'inferno foggiato a sua immagine, la regione delle pene temporanee gli si affaccia come scala al paradiso. Questa è regione di dolore bensì: ma di dolore cui muta natura la certezza della felicità che s'aspetta e alla quale il soffrire è un avvicinarsi continuo. Però nel poema dantesco le scene terribili dell'inferno fanno qui luogo a rappresentazioni che parlano un linguaggio soave; alla disperazione succede una tenera malinconia; alle tenebre di una notte “privata d'ogni pianeta, sotto pover cielo„, il biancheggiar dell'alba.

Ahi, quanto son diverse quelle foci