I gratificatori a Dante del titolo di Ghibellino avrebbero dovuto ripensare nel Poema di lui almen questo verso anche prima che la critica storica, positiva, la critica degna di tal nome, non ghibellina nè guelfa, circondasse, come oggi fa, di caute eccezioni così quella come l'altra appropriazione a lui del nome di Guelfo. Il Guelfo Bianco, che coi migliori della città e dell'età sua difese le libertà del Comune contro la fazione Nera e le intrusioni della Corte di Roma, e fra quei contrasti (secondochè vien facendosi sempre più probabile) scrisse il De Monarchia, non aveva bisogno o, diciam meglio, non poteva consentire, di diventar Ghibellino, quando questo nome inchiudeva un altro, e anche più assoluto, assoggettamento di quelle libertà. Arrigo VII, l'imperator cavaliere, ultimo fra i Cesari medievali, la cui corona abbia qualche pallido riflesso di romanità, scendendo in Italia per quella corona, “parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare„: son parole d'un concittadino e compagno a Dante di parte e di morte civile, degnissimo; parole di Dino: e fu Arrigo VII l'Imperatore di Dante.
Così, senza più nessuno al suo fianco, attraversa il Poeta le solitudini dell'esilio sconsolate. Per quali paesi, lungo quali stazioni, noi non sappiamo così appunto come vorremmo: e troppe memorie del passaggio di quel glorioso, non sono che o un trascorso della retorica, o industrie d'erudizione, ovvero gentili inganni della tradizione, o delle ambizioni al natìo loco caritatevoli. Ma di due regioni italiche, le quali certamente videro passare l'“esule senza colpa„, Toscana e Romagna, — le signorie, i tiranni di questa, covo per covo, — le democrazie, o fosser ghibelline o fosser guelfe, di quella, lungo il corso dell'Arno dalla Falterona al mare, — furono da lui, nel XIV del Purgatorio e nel XXVII dell' Inferno, retribuite alla medesima stregua. Tanto più preziose le vestigia della sua gratitudine, che sopravvive alla potenza di due grandi casate: Scaligeri e Malaspina. E se un altro palagio di Signori, ultimo suo “rifugio ed ostello„, non ha, nel Poema, eguale o fors'anche più affettuosa testimonianza, potè il buon Guido Novello, o egli medesimo esser testimonio del trovarsi ormai quasi “piene tutte le carte, ordite„ alle tre Cantiche, od anche tenersi pago che in quelle carte fosse già vergato il canto, pel quale il nome dei da Polenta è, nella colpa e nella morte di Francesca infelice, consacrato alla pietà di tutti i secoli.
VII.
I punti storici estremi toccati nelle allusioni del Poema, — la morte d'Arrigo nel 1313, quella nel 14 del papa “guasco„ e trasferitor della Sede, Clemente V; forse, la rotta dei Guelfi a Montecatini per Uguccione nel 1315; forse, una delle imprese di Cangrande nel 18 (e a ogni modo importanza di allusioni intenzionali non l'hanno veramente che quelle prime due, all'Imperatore e al Papa); — segnano altresì le ultime relazioni fra l'animo del Poeta e i fatti, nel cui torbido e irresistibile corso venivan trasportati i dolori cocenti e le fioche speranze della sua vita di esule aspirante sempre alla patria. Per l'impresa d'Arrigo ultimo imperatore italico, per la sede vacante alla morte del primo papa avignonese, non soltanto il Poeta si commosse, ma l'uomo operò: e alla storia di quelli avvenimenti appartengono, fra le Epistole che vanno sotto il nome di Dante, le tre della cui autenticità nessuno muove dubbio: ai Fiorentini, ad Arrigo, ai Cardinali italiani. Di là da quei termini, più nulla di concreto nelle figurazioni storiche del Poema dantesco. Dante non pensa altrimenti a sè nè ai nemici suoi: il suo pensiero (vero è di questo ciò che della vita sua non gli giovò farsi predire che sarebbe) “s'infutura, via più là che 'l punir di lor perfidie„. Egli, di là dal corso breve di poche vite umane, mira ai destini eterni e provvidenziali della umana società. Al Dante personale si sostituisce il moralizzatore e il taumaturgo: al suo sentimento, la sua missione; alle sue speranze, le allegorie; alle ire sue, le sue profezie: la selva della valle infernale, e le tre fiere; la selva del monte sacro, il carro, il grifone; il Veltro, e poi il Dux, e colui “per cui questa (la lupa curiale) disceda„. Si varcano i termini del tema propostoci. Ma la visione fantastica e la missione spiritale non cancellano in Dante l'umano, non dissuggellano l'impronta che le realtà della sua vita hanno apposto sull'opera dell'arte sua. Anche pervenuto al sommo di quella visione, anche rivestiti i caratteri di quella missione supremi, egli guarda pur sempre a Firenze, egli non dispera di vincere la “crudeltà che fuor lo serra„; e “sul fonte del suo battesimo„ vorrebbe cingere la doppia corona di poeta e di teologo. Così dalle ultime linee, per le quali egli è di fatto e come uomo vivo e vero nel “Poema sacro„, si leva un grido di non domato affetto verso la città sua, che egli non rivedrà più mai.
Signore e Signori,
Quando il secolo, che ormai tramonta, ascendeva la prima metà d'un cammino, che doveva esser così laborioso e pieno di tante mutazioni sulla faccia del mondo; e mentre l'Italia, schiava ormai insofferente, maturava fra le congiure e le rivolte, le prigioni e gli esilii, le fucilazioni e i patiboli, i suoi nuovi destini; uno de' suoi figli, uno de' suoi più grandi e de' più infelici, preparandosi per Santa Croce di Firenze il monumento a Dante (era il 1818), recava al “nobil sasso„ il tributo di quei dolori, di quelle lacrime, di quella speranza. E a Dante in nome d'Italia diceva:
dalle nostre menti
Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,
Cresca, se crescer può, nostra sciaura,
E in sempiterni guai