Lo spirito umano, che agonizzò nei tempi di mezzo, ebbe bisogno per riacquistar nuove forze di andarle ad attingere al mondo antico; e questo ritorno all'antichità determinò lo sviluppo di un nuovo periodo storico, che dura in parte anche oggi. Il Rinascimento ebbe anch'esso i suoi precursori, ma il primo uomo nel quale apparisca già trionfante è il Petrarca.

In lui per la prima volta sentiamo destarsi l'odio contro la vecchia scolastica, e chiamare coloro che la professano una nuova razza di mostri armata d' entimema a due tagli. Egli aborre e disprezza tutto il fardello scientifico del medio evo. Per lui non esiste altro amore che quello dell'eloquenza e della poesia. La bellezza della forma antica lo affascina e fa ogni sforzo per riprodurla nelle sue opere. Il suo ideale è Cicerone, ch'egli cominciò ad amare e a studiare fin da fanciullo.

E quest'amore crebbe cogli anni, e durò fino all'estrema vecchiezza. Egli dice di sentire il proprio ingegno conforme a quello dell'amato scrittore, che a tutti gli altri antepone, ne esalta la eloquenza, ne copia di sua mano alcune opere, se ne fa un compagno indivisibile della vita. La passione per gli scrittori dell'antichità diventa in lui sempre più intensa col progredire degli anni. Ne' suoi viaggi egli è ognora alla ricerca di vecchi manoscritti, e agli amici raccomanda che frughino dappertutto per trovargliene; e così mette insieme una raccolta di opere pei suoi tempi meravigliosa. Per lui nessuna vergogna pareggia quella di non amare l'antichità. E da questo amore agli scrittori classici deriva quell'alta idea che egli ha della perfezione letteraria, quella incontentabilità che gl'impedisce sempre d'esser pago di ciò che ha scritto. Alla mente del Petrarca si affaccia continuo il pensiero della gloria, ed è per lui, dice il Voigt, inebriante l'idea d'esser ricordato dopo secoli, e di trovarsi a lato dei grandi scrittori antichi.

L'uomo medievale alla gloria non pensò; unica gloria per lui desiderabile era quella del cielo. Sentirne dunque nuovamente il desiderio è uno dei caratteri de' tempi nei quali lo spirito umano rinasce alla vita, ed anche da questo lato per conseguenza il Petrarca ci appare uomo moderno.

Certo quel desiderio fu in lui spesso circondato da mille vanità puerili. Questo rientra nei difetti che egli ebbe e che non furono pochi. Ma intanto il pensiero della gloria gli è eccitamento continuo a nuovi studi, a nuove fatiche, a una sempre maggior perfezione. Egli è il primo ad abbandonare lo stile donnesco e snervato de' vecchi, e lo sa e se ne vanta. Egli è il primo che torni allo studio del greco, che riesca a possedere un Omero. Egli pensa a far raccolta di gemme e di monete, sente l'importanza della correzione dei codici, sceglie e ordina i suoi scritti, si dirige ai posteri narrando loro la propria vita. Tutto ciò è nuovo, è inaspettato, è moderno.

Come nuovo e moderno è il fatto delle relazioni nelle quali si mette il Petrarca col mondo esteriore. Egli viaggia per vedere cose nuove e per divertirsi; viaggia per mille luoghi, nel Belgio e nella Svizzera, in Francia, in Ispagna, fino sulle coste del mare Britannico, ma interrogando sempre la storia, e portando dovunque vada la serietà del suo spirito investigatore. A Napoli visita i luoghi descritti da Virgilio; ad Aquisgrana si fa narrare una leggenda di Carlomagno, e dice di non crederci; a Colonia si compiace nello spettacolo delle donne che si lavano nel Reno; sulle coste inglesi cerca il luogo dell'antica Tule. Il Petrarca vive oramai nella realtà delle cose. Poco rimane in lui del sonnambulismo medievale, in lui già sono le serene aspirazioni ad un concepimento più umano della vita e in qualunque cosa egli scriva sa trasfondere una particella di sè, dei suoi sentimenti, delle sue impressioni, dei suoi pensieri. Lo scrittore medievale colla sua fredda e monotona impersonalità par già lontano di secoli.

Vedete: egli scrive un lungo poema latino dove celebra Scipione Africano, un poema che, malgrado i molti difetti, è pure un miracolo di lingua e di stile, ma che ci lascia freddi per il suo contenuto, non essendo in gran parte che una versificazione delle storie di Livio. Ebbene, quando noi leggiamo in quel poema descritte le bellezze di Sofonisba, sentiamo subito che il poeta scrivendo ha pensato più che a Sofonisba ad un'altra donna, alla donna amata da lui; quando leggiamo i lamenti di Massinissa, Massinissa ci sparisce dagli occhi, e abbiamo innanzi il Petrarca che piange sull'amor suo. Quando il nostro sguardo corre sui versi dell'episodio di Magone, vicino a morte, quando sentiamo quel Cartaginese invidiare agli animali la loro sorte, preferibile a quella degli uomini, e proclamare che la vita non approda a nulla, che l'ottima delle cose è la morte: Mors optima rerum; allora noi siamo certi che qui è l'anima del Petrarca che parla, mandando il primo grido di quel dolore universale, che ha reso poi il cuore a tanti grandi moderni, e che ha trovato la sua più alta e profonda espressione in Giacomo Leopardi.

Vedete ancora: egli scrive un infinito numero di lettere, dove pare che l'erudizione affoghi spesso il sentimento. È ucciso, per esempio, a Paolo Annibaldeschi un figliuolo, e il povero padre cade, morto di dolore, sull'adorato cadavere. Che credete voi che del miserando caso scriva il Petrarca? Udite le sue stesse parole. “Il nostro Paolo perdette un figlio. Nulla è in ciò di singolare: Paolo il Macedone ne perdette due; Priamo che a tanti figli fu padre rimase solo. Ma questi a Paolo fu ucciso di ferro. Ebbene, che importa se di ferro, di fuoco, di naufragio, di febbre o di veleno si muoia? La morte è sempre la morte. Ma il figlio di Paolo morì giovanissimo. — E non è ciò naturale poichè giovane era anche il padre? Era questa forse una buona ragione perchè tanto ei dovesse dolersi?„ E qui seguita facendo al morto una lunga apostrofe e domandandogli come mai nell'atto ch'ei moriva di crepacuore non si è ricordato di Anassagora, di Pericle, di Catone, di Marzio, di Pulvillo e di non so quanti altri, che sostennero in pace la morte dei loro figliuoli. — Muore un altro suo carissimo, Franceschino degli Albizzi, e poichè egli è morto a Savona, il Petrarca fa una lunga e fiera invettiva contro quella città, tutta ridondante di citazioni e di reminiscenze classiche. — Per rallegrarsi colla moglie di Carlo IV, della figlia che le è nata, parla di Iside, di Carmenta, di Saffo, delle Sibille, di Pentesilea, di Tomiri, di Cleopatra, di Zenobia, di Lucrezia, di Clelia, di Cornelia, di Marzia. Per lodare lo scrivere elegante di un amico, lo paragona alle chiome di Cleopatra, e allo sguardo di Fedra. Per congratularsi con uno che si è ritirato a vivere in campagna gli dice che ove lo annoiasse il gracidar delle oche, pensi a quelle che salvarono il Campidoglio.

Sono queste, senza dubbio, puerilità; ma puerilità che hanno il loro alto significato. Quello sfoggio di erudizione, infatti, seminata così largamente, e, così spesso, fuor di proposito ci apparirà come una vittoria dello scrittore, che ha faticosamente riconquistata una parte della sapienza antica, e che, colla intemperanza, col fasto del nuovo ricco, ne imbandisce il banchetto agli amici, ai lontani, ai posteri. Così ogni più lunga filza di citazioni acquisterà il suo valore. E noi quindi non ci meraviglieremo più ch'egli studi, limi, corregga le sue lettere; che ne faccia altrettanti lavori letterari, altrettante mostre pompose della sua cultura. È questo un segno del rivolgimento che si sta operando nel pensiero umano. Ognuna di quelle piccole scritture è un passo di più mosso sulla via sacra del Rinascimento. Quella rettorica, che per noi oggi è cosa morta, era invece viva nel Petrarca, faceva parte del suo sentimento. Ognuna di quelle citazioni faceva battere il suo cuore di umanista. Ognuno di quei periodi accarezzati, studiati, elaborati, era come un saluto all'antichità, che stava sollevandosi dal sepolcro. Quelle sue ampollosità, quelle sue interminabili ciancie somigliano, come ha detto il Voigt, all'ingenua loquacità del fanciullo, che gode sentendo di acquistare l'uso della favella e parla per il gusto di parlare. Ma intanto sotto la sua penna la lingua latina riacquistava qualche cosa dell'antica eleganza, ed egli si educava all'arte, creava l'estetica del Rinascimento, e fondava, come ha detto il Villemain, una nuova potenza fuor della Chiesa e dello Stato, tutta morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere. Anche un altro sentimento, che il medioevo completamente ignorò, comincia ad apparir nel Petrarca: l'amore alla natura, il desiderio di chiedere ad essa riposo dalle miserie della vita. Il suo pensiero corre con voluttà ai verdi prati, alle erbose rive dei fiumi, alla densa vôlta dei boschi: egli invidia coloro che possono non ascoltare altro che il muggito dei buoi, il canto degli uccelli, il mormorare dei rivi; che possono aggirarsi per le selve, pei colli, pei prati, benedice il soggiorno della campagna, si asside pensoso sulle rive deserte di un fiume, e sta là a contemplare il tremolio delle foglie de' pioppi, e si commuove del cicalio degli uccelli, e gode dei solenni silenzi delle foreste. L'amore della natura lo fa inerpicare sulle ardue cime del monte Ventoso, come gli fa scegliere per suo rifugio la solitudine di Valchiusa, donde non si scorgono che il cielo, le montagne e il sonante fiume della Sorga, e dove egli è felice di viver solo aggirandosi per gli aridi monti e per le roride valli, piantando alberi, coltivando fiori, tessendo ghirlande.

Pur troppo anche l'amore alla solitudine campestre ebbe nel Petrarca molte intermittenze. Tutto fu intermittente in lui. Ma intanto l'aver provato quel sentimento, l'essersi a quando a quando tuffato nel puro lavacro della natura, fu cosa tutta propria di lui, e fu una delle sorgenti delle sue ispirazioni poetiche.