Furono così per un momento in cospetto l'uno dell'altro Dante Alighieri e Francesco Petrarca: il passato e l'avvenire della letteratura italiana, il ferreo uomo che percorse la vita, avvolto tutto ne' suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell'anima eccelsa, il poeta terribile che scolpì il medioevo e lo chiuse; e l'uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell'antichità pagana, il poeta delle grazie e dell'amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi. Il nume spariva e gli succedeva l'uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell'arte. Con lui e per lui tramonta un'età, e si affaccia all'orizzonte della storia il primo uomo moderno. Guardiamolo per un momento, spingiamo il nostro sguardo nei ripostigli della sua vita. L'irrequietezza è uno dei caratteri più spiccati di lui. Egli stesso confessa che in nessun luogo può trovare riposo, che sente sempre in sè qualche cosa d'insoddisfatto. Nessuno più di lui ha sospirato la quiete, nessuno l'ha mai trovata meno di lui. Se sta fermo in un luogo vorrebbe viaggiare; se viaggia vorrebbe riposarsi; se è solo desidera di aver compagnia; se ha compagnia invoca la solitudine; se è chiamato ad alti uffici, li ricusa sdegnoso; se gli pare di essere dimenticato, ne muove lamenti infiniti. Ogni più lieve pericolo lo sgomenta, ogni minaccia di sventura lo atterrisce. Dice che sa adattarsi facilmente ad ogni luogo, e poi non c'è luogo in tutto il mondo che gli piaccia. Disprezza le ricchezze e le desidera, invoca la morte e ha paura dei fulmini; oggi è umile, domani orgoglioso; un giorno scrive da asceta, un altro da pagano: insomma è una natura instabile, irrequieta, innamorata della virtù e cupida dei piaceri, intenta sempre a raggiungere le più alte cime dell'idealità e sempre estenuantesi di forze nell'arduo viaggio; un precursore, come ha detto il Quinet, di Renato o di Werther, un lontano antenato di tutti noi moderni ammalati d'isterismo e di nevrosi.

Qualche cosa del vecchio mondo resta ancora nel suo spirito; a quando a quando il misticismo lo invade, e in quei tetri momenti scrive libri che paiono usciti dalla penna d'un santo, tutto invasato dell'amor divino. Ma sono intermittenze, non altro; sono contradizioni anche queste; certe notti, egli narra, piangente nel suo letto, terrificato dal pensiero della morte, madido di sudore, chiede a Dio misericordia, recita i salmi penitenziali; si batte il petto; e poi, al primo raggio di sole che batte alla sua finestra, dimentico dei suoi terrori notturni, saluta i bei capelli d'oro all'aura sparsi. E questi due momenti della sua vita sono in antitesi tra loro, ma sono naturali ambedue. Nella storia interiore del suo pensiero, nei suoi affetti, nelle sue opere, egli si mostra sempre diviso tra desiderii diversi, tra diverse speranze, tra diversi bisogni, costante solo nella propria incostanza, fermo solo nella propria mobilità.

Ma intanto i più fervidi amori scaldano il suo petto. E primo di tutti l'amore alla patria. L'italianità è nel Petrarca profonda. Io, egli dice, fino dagli anni giovanili amai tanto l'Italia, quanto nessuno l'amò dei miei coetanei. Essa pare a lui la parte più felice del mondo, la più famosa, la più bella. I laghi, i fiumi, i monti, i campi, le valli, tutto di lei lo innamora; un giorno dalle cime del monte Gebenna egli, rivedendola, la saluta commosso con uno dei suoi carmi più ispirati, la saluta cara e santissima terra, patria delle muse, maestra del mondo. Finalmente, esclama, io faccio ritorno a te, finalmente ti riveggo, un'aura serena mi batte in viso, l'aere tuo mi accoglie; sento la patria ed esultante la saluto: salve, bellissima madre, salve, gloria del mondo. Al cuore del Petrarca è tormento continuo vedere quante divisioni, quante guerre fratricide affliggono la patria. Ai Genovesi e ai Veneziani, combattendo tra loro, ricorda che gli uni e gli altri sono Italiani, e grida che cessino dalla guerra fratricida, e che congiunte le armi ultrici le rivolgano contro gli stranieri e perfidi istigatori delle loro discordie. Se alcun rispetto serbate al nome latino, egli scrive, ricordatevi che sono fratelli vostri coloro alla cui rovina movete. Vorremo noi dunque opprimerci sempre da noi medesimi, vorremo sempre dare spettacolo al mondo delle nostre miserie? Non vorremo mai ristarci dal chiedere aiuto a chi ci sgozza? Oh, lo dirò pure a voce alta, tra gli infiniti errori degli uomini, non c'è errore più pazzo del nostro, che essendo Italiani spendiamo tant'oro per procacciarci i distruttori d'Italia! La parola del poeta tuona terribile contro le milizie mercenarie, contro la scaduta arte militare. Egli piange che tutto si corrompa e si guasti tra noi, che fatti degeneri nella lingua, nei costumi, nelle vesti, nel tenor della vita, ci adoperiamo noi medesimi in pace e in guerra a fare dell'Italia una terra selvaggia di crudeltà e di barbarie. Ogni sventura italiana, ogni dolore della patria trova eco in quel nobile petto. Il suo entusiasmo di poeta, la sua eloquenza di oratore invocano sempre un'Italia grande, libera, potente, un'Italia degli Italiani, unita, concorde, maestra un'altra volta al mondo di virtù e di sapienza.

E coll'Italia egli ama Roma. Quando per la prima volta nel 1336 il Petrarca pose piede entro quelle auguste mura, tale fu il grido che gli uscì dalle labbra: — Non più ora mi meraviglio, che da tale città fosse il mondo intero domato, ma mi meraviglio anzi che fosse domato così tardi. Roma appariva al Petrarca sotto un duplice aspetto, come la città regina ove nacque e trionfò Scipione, e come la città insieme che tiene in terra le voci del cielo, piena delle ossa dei martiri, bagnata del sangue dei testimoni del vero. Così le due Rome si confondevano nel suo affetto: ora egli passeggia estatico per la via Sacra e pel Campo Marzio, ora s'inchina al luogo ove crede che san Pietro fosse crocifisso. Qui contempla l'arco e il portico di Pompeo, qui ripensa che Cesare trionfò, che Augusto vide a sè prostrati i re del mondo; più in là si ricorda che fu troncato il capo a san Paolo, che furono bruciate le carni a san Lorenzo.

L'Italia e Roma furono per il Petrarca due ideali, non disgiunti nè disgiungibili, i due ideali a cui forse si mantenne più affezionato e fedele, quelli, che tra le fortunose vicende della sua vita non ebbero mai tramonto nel suo cuore.

Con tutto questo però guardiamoci bene dal chiedere a lui qualche cosa al di là del sentimento. Appena dalla regione degli affetti discendiamo alla pratica, noi lo vediamo come travolto in un turbine di contraddizioni.

Egli esalta Roberto d'Angiò, egli sente per lui amore ed entusiasmo, senza ricordarsi che era stato codesto capo de' Guelfi, che aveva indotto il papa Clemente V a trasportare la sede del Papato in Avignone: onde, mentre scrive che re Roberto è illustre, è divino, è magnanimo, è sapiente, è il Re dei Re, con la stessa penna getta giù le più roventi parole contro la cattività avignonese.

Egli vagheggia con Cola di Rienzo la restaurazione della Repubblica Romana; e poi si fa caldeggiatore della restaurazione dell'Impero con Carlo IV, mentre non aveva avuto una parola sola di simpatia per l'impresa di Giovanni di Boemia.

Egli, entusiasta del tribuno, è amico dei Colonna, suoi fieri avversari; e sebbene amico dei Colonna, grida che bisogna strappare dalle mani dei nobili la tirannide di Roma. Egli prende parte pei signori di Correggio traditori degli Scaligeri, e quando Jacopo Bussolari tenta di rivendicare i diritti del Comune di Pavia contro i Visconti, si fa riprenditore severo di lui per difendere quei Visconti, che erano stati i più ostinati nemici del suo Roberto e del suo Carlo di Lussemburgo. Egli vagheggia il più sublime ideale di principe, lo vuol giusto, amorevole, paterno, clemente, e poi vive alla Corte Viscontea e loda e chiama magnanimo il Galeazzo della feroce quaresima. E tutto questo deriva dal fatto che il Petrarca non sapeva mai distinguere il mondo reale dal mondo dei suoi affetti e delle sue idee. Egli vedeva tutto a traverso le proprie subitanee impressioni, e da queste impressioni si lasciava sempre come docile fanciullo condurre. Non fu mai un uomo di Stato, non fu mai un politico, non professò teorie, non escogitò mai sistemi. Amò l'Italia e Roma di amore grande, ma sempre platonico.

E l'amor all'Italia ed a Roma si ricongiunse in lui a quello per la classica antichità.