Chi vuol vedere ciò che sanno dirci gli studiosi di Diritto comparato sul come sarebbesi effettuata questa trasformazione presso i popoli tendenti a civiltà del vecchio mondo — ipotesi e niente più — consulti Kovalevsky, Tableau des origines et de l'evolution de la famille et de la propriété, Stockholm, 1890.

La caduta del diritto materno fu la sconfitta storico-mondiale del sesso femminile. L'uomo afferrò il timone anche nella casa, la donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e divenne un semplice strumento di riproduzione. Questa degradata condizione della donna, che appare evidente sopratutto fra i Greci dei tempi eroici e più ancora dei tempi classici, venne gradatamente inorpellata e dissimulata, e qua e là ha assunto anche forme più miti; ma non fu mai in alcun modo abolita.

Il primo effetto di cotesto nuovo ed esclusivo dominio dell'uomo, mostrasi nel sorgere di quella forma intermedia che è la famiglia patriarcale. Ciò che particolarmente la caratterizza non è la poligamia, di cui parleremo più tardi, ma «l'organizzazione di un certo numero di persone libere e non libere in una sola famiglia, sotto la patria potestà del capo di essa. Nella forma semitica, questo capo di famiglia vive in poligamia, i non liberi hanno moglie e figli, e lo scopo di tutta l'organizzazione è la custodia degli armenti sopra uno spazio di terra determinato». L'essenziale è l'incorporazione dei non liberi e la patria potestà; la famiglia romana è quindi il tipo completo di questa forma di famiglia. La parola familia non significa in origine l'ideale dell'odierno filisteo, composto di sentimentalismo e di discordia domestica; presso i Romani dei primi tempi, essa non si riferisce nemmeno alla coppia conjugale e ai suoi figli, ma soltanto agli schiavi. Famulus è lo schiavo domestico, e familia è la collettività degli schiavi appartenenti ad un uomo. Ancora al tempo di Caio, la familia, id est patrimonium (ossia l'asse ereditario), veniva legata per testamento. L'espressione fu inventata dai Romani, per designare un nuovo organismo sociale, il cui capo teneva moglie, figli e un certo numero di schiavi sotto di sè, giusta la patria potestà romana, con diritto di vita e di morte su tutti. «La parola non è dunque più antica del ferreo sistema di famiglia delle tribù latine, sorto dopo introdotte l'agricoltura e la schiavitù legale e dopo la scissione degli Arii italici dai Greci». Marx aggiunge: «La famiglia moderna contiene in germe non solo la schiavitù (servitus), ma ben anche il servaggio, poichè essa in origine si connette con dei servizii agricoli. Essa compendia in miniatura tutti gli antagonismi che più tardi si sviluppano ampiamente nella società e nel suo Stato».

Siffatta forma di famiglia segna il passaggio dalla famiglia sindiasmica alla monogamia. Per guarentire la fedeltà della moglie, cioè la paternità dei figli, la donna è consegnata incondizionatamente al potere dell'uomo: se egli la uccide, non esercita che il proprio diritto.

Con la famiglia patriarcale entriamo nel dominio della storia scritta, dominio nel quale la scienza del diritto comparato ci reca un notevole sussidio. Dobbiamo infatti a questa un progresso essenziale su questo punto. Fu Massimo Kovalevsky (Tableau, ecc., de la famille e de la propriété, Stockholm 1890, pag. 60-100) a fornirci la prova, che la comunità domestica patriarcale, quale la troviamo ancor oggi fra i Serbi ed i Bulgari sotto nome di zadruga (traducibile a un dipresso con unione d'amicizia) o di bratstvo (fratellanza) ed in forma modificata presso i popoli orientali, costituì lo stadio di transizione tra la famiglia del diritto materno, sorta dal connubio per gruppi, e la famiglia individuale del mondo moderno. Ciò sembra dimostrato almeno pei popoli tendenti a civiltà del mondo antico, per gli Arii e per i Semiti.

La zadruga degli Slavi del Sud offre il miglior esempio superstite di una tale comunità di famiglia. Essa abbraccia parecchie generazioni di discendenti da uno stesso padre, con le rispettive mogli, che, tutti coabitando sotto il tetto medesimo, coltivano i loro campi in comune, hanno comuni provviste di alimenti e di vesti, e possiedono in comune ogni risparmio. La comunità sta sotto l'amministrazione del padron di casa (domácin); questi la rappresenta nei rapporti esterni, può alienare oggetti di poco conto, tiene la cassa e ne risponde, come risponde del corso regolare degli affari. È elettivo; nè occorre che sia il più vecchio. Le donne e i loro lavori stanno sotto la direzione della padrona di casa (domácica), di solito la moglie del domácin. Questa ha anche un voto importante, sovente decisivo, nella scelta dello sposo per le ragazze. Ma il potere supremo risiede nel Consiglio di famiglia, o assemblea di tutti i compagni adulti, donne ed uomini. A quest'assemblea il padrone di casa rende i conti; è essa che prende le decisioni definitive, che esercita giurisdizione su tutti i membri della comunità, che conchiude le compre e le vendite di qualche importanza, massime se si tratta di terreni o di stabili, ecc.

Non è che da circa un decennio che il perdurare di consimili grandi comunità domestiche fu dimostrato anche in Russia; oggi è generalmente riconosciuto che esse sono altrettanto radicate nel costume popolare russo quanto la obscina o comunità di villaggio. Esse figurano nel più antico codice russo, il Pravda di Jaroslav, sotto lo stesso nome (vervj) che nelle leggi dalmate, e si trovano del pari nelle fonti storiche polacche e czeche.

Anche fra i Germani, secondo Heussler (Institutionen des deutschen Rechts), l'unità economica in origine non è la famiglia isolata nel senso moderno, ma la «comunità domestica», che comprende parecchie famiglie di diverse generazioni, e spesso anche individui non liberi. Anche la famiglia romana viene ricondotta a questo tipo, e l'assoluta potestà del padre di famiglia, di fronte all'assenza d'ogni diritto negli altri membri della famiglia, fu testè vivamente contestata. Presso i Celti, in Irlanda, devono esservi state analoghe comunità di famiglia; in Francia esse si conservarono nel Nivernese, sotto il nome di parçonneries, sino alla rivoluzione francese, e nella Franca Contea non sono ancora interamente estinte. Nei pressi di Louhans (Saône-et-Loire) si vedono grandi case di contadini, con una sala centrale comune alta sino al tetto, e intorno le camere da letto, alle quali si accede mediante scale di sei a otto scalini, e dove abitano parecchie generazioni della medesima famiglia.

Nelle Indie la comunità domestica che coltiva la terra in comune è ricordata fin da Nearco, ai tempi di Alessandro il Grande, e vi esiste tuttora nel Pandschàb e in tutto il Nord-ovest del paese. Nel Caucaso la potè dimostrare lo stesso Kovalevsky. In Algeria esiste ancora presso i Cabili. E la si sarebbe rinvenuta anche in America, dove la si dice scoperta fra i Calpullis, descritti da Zurita nel vecchio Messico; Cunow (Ausland, 1890, N. 42-44) dimostrò invece abbastanza chiaramente, che nel Perù, al tempo della conquista, vigeva una specie di regime di marca (il quale, cosa strana, si sarebbe chiamato propriamente marca!), con divisione periodica del terreno coltivato, e quindi con coltivazione individuale.

In ogni caso, la comunità domestica patriarcale, con la terra posseduta e coltivata in comune, acquista ormai una importanza ben maggiore che nel passato. Noi non possiamo più dubitare della parte importante che essa ha sostenuto, fra i popoli tendenti a civiltà e fra molti altri popoli del mondo antico, nel determinare il passaggio dalla famiglia del diritto materno alla famiglia isolata. Più avanti torneremo all'altra conclusione del Kovalevsky, per cui essa sarebbe anche stata lo stadio di transizione onde si sviluppa la comunità del villaggio o della marca, con coltivazione individuale e divisione dapprima periodica e poi definitiva dei campi e delle praterie.