Quanto alla vita di famiglia in queste comunità domestiche, è da notare che, in Russia almeno, il capo di casa ha fama di abusare molto della sua posizione di fronte alle giovani della comunità, specialmente di fronte alle nuore, e spesso di farsene un harem; i canti popolari russi sono abbastanza eloquenti in proposito.

Prima di passare alla monogamia, che si svolge rapidamente colla caduta del diritto materno, poche parole ancora sulla poligamia e sulla poliandria. Ambedue queste forme di connubio non possono essere che eccezioni, per così dire prodotti di lusso della storia, salvo che non sorgano in un paese l'una accanto all'altra, ciò che, come è noto, non è il caso. Poichè dunque gli uomini esclusi dalla poligamia non si possono consolare con donne lasciate libere dalla poliandria, e poichè il numero degli uomini e delle donne, indipendentemente dalle istituzioni sociali, fu sinora supergiù eguale, ciò basta ad escludere che l'una o l'altra di queste forme di connubio possano divenire la forma dominante. Nella realtà, la poligamia di un uomo era il prodotto palese della schiavitù e rimaneva sempre l'eccezione. Nella famiglia patriarcale semitica, vive in poligamia il solo patriarca, tutt'al più qualcuno dei suoi figli, gli altri debbono appagarsi di una sola donna. Lo stesso avviene ancora in tutto l'Oriente; la poligamia è un privilegio dei ricchi e dei potenti, e si recluta principalmente colla compra di schiave; la massa del popolo è monogama. Analogamente è un'eccezione la poliandria nell'India e nel Tibet, la cui origine dal connubio per gruppi sarebbe certo interessante approfondire. Nella sua pratica essa sembra del resto ben più larga del geloso regime degli harem maomettani. Almeno, presso i Nairi dell'India, tre, quattro o più uomini hanno bensì una moglie in comune, ma ognuno di essi ne può avere in comune con tre o più altri uomini una seconda, una terza, una quarta, ecc. È un miracolo, che Mac Lennan in questi clubs conjugali, di parecchi dei quali si può esser membri contemporaneamente e che egli stesso descrive, non abbia scoperta la nuova classe del matrimonio di club. Ma questo regime è ben lungi dall'essere vera poliandria; esso è piuttosto, come già osservò Giraud-Teulon, una forma speciale del connubio pei gruppi; gli uomini vivono in poligamia, e in poliandria le donne.

4. La famiglia monogamica. Essa nasce dalla famiglia siandiasmica, come si è dimostrato, nell'epoca in cui lo stadio medio trapassa in quello superiore della barbarie; il suo definitivo trionfo è uno dei segni caratteristici dell'epoca civile che incomincia. Essa è fondata sul dominio del marito coll'espresso scopo di procreare figli la cui paternità sia incontestata, e tale paternità è richiesta, perchè questi figli debbono subentrare un giorno come eredi naturali nella fortuna paterna. Essa si distingue dalla famiglia sindiasmica per una assai maggiore saldezza del vincolo conjugale, non più risolubile per semplice consenso. Ordinariamente ora è solo l'uomo che può scioglierlo e ripudiare la moglie. Il diritto dell'infedeltà gli rimane garantito almeno dall'uso (il Codice Napoleone glielo attribuisce espressamente, finchè esso non porti la concubina nella casa conjugale) ed è sempre più praticato quanto più cresce lo sviluppo sociale; se la moglie si ricorda dell'antica pratica sessuale e vuol rinnovarla, essa è punita più duramente che mai per lo innanzi.

La nuova forma di famiglia ci si offre in tutta la sua durezza presso i Greci. Mentre, come osserva Marx, la posizione delle dee nella mitologia ci presenta un periodo anteriore, nel quale le donne avevano ancora una posizione più libera e più stimata, noi troviamo ai tempi eroici la donna già degradata dal predominio dell'uomo e dalla concorrenza delle schiave. Si legge nell'Odissea come Telemaco rimprovera sua madre e la costringe a tacere. In Omero, le giovani conquistate sono abbandonate alla sensualità dei vincitori; i capi, a turno e a norma del grado, si scelgono le più belle; tutta l'Iliade, com'è noto, si aggira sulla contesa tra Achille ed Agamennone per una di tali schiave. Per ogni eroe omerico di qualche importanza è menzionata la fanciulla prigioniera di guerra, con la quale egli divide la tenda ed il letto. Queste fanciulle sono anche condotte in patria e nella casa conjugale, come Cassandra da Agamennone in Eschilo; i figli procreati con siffatte schiave ricevono una piccola parte dell'eredità paterna e sono considerati come uomini liberi; così Teucro è un figlio di Telamone nato fuori di matrimonio, eppure può portare il nome del padre. Dalla sposa si esige che tolleri tutto questo, e serbi la più rigorosa castità e fedeltà coniugale. La donna greca dei tempi eroici è, ben vero, più stimata di quella del periodo incivilito, ma essa non è altro, alla fine, per l'uomo che la madre dei suoi figli ed eredi legittimi, la governante della sua casa e la direttrice delle schiave, che egli può fare, e fa, a piacere, sue concubine. È l'esistenza della schiavitù allato alla monogamia, è la presenza di schiave giovani e belle che appartengono corpo ed anima all'uomo, ciò che sin dall'origine imprime alla monogamia il suo carattere specifico: essa è monogamia soltanto per la donna, non già per l'uomo. Questo carattere lo serba anche oggi.

Pei Greci del periodo posteriore, giova distinguere tra Dori ed Jonî. I primi, il cui esempio classico è Sparta, conservano, per molti riguardi, rapporti conjugali ancora più antichi di quelli che ci mostra lo stesso Omero. A Sparta vige un connubio sindiasmico, modificato secondo i concetti locali dello Stato, che offre ancora molte reminiscenze del connubio per gruppi. I connubii senza prole vengono sciolti; il re Anassandrida (verso il 650 avanti la nostra èra) alla sua moglie sterile ne aggiunse una seconda e aveva così due famiglie[16]; nella stessa epoca il re Aristone, avendo due mogli sterili, ne ripudiò una e gliene sostituì una terza. D'altra parte, più fratelli potevano avere una moglie comune; l'amico, cui piacesse la moglie dell'amico, poteva dividerla con questo; ed era ritenuto decente porre la moglie a disposizione di un «vigoroso stallone», come direbbe Bismarck, anche se questo non fosse cittadino. Da un passo di Plutarco, secondo il quale una Spartana indirizza a suo marito l'amante che la incalzava con profferte di amore, pare — secondo Schömann — che vi fosse una anche più larga libertà di costume. Non esisteva quindi vero adulterio, o infedeltà della moglie alle spalle del marito. D'altra parte, la schiavitù domestica era sconosciuta a Sparta almeno nel tempo migliore, i servi iloti abitavano separati sui fondi de' padroni, era quindi minore per gli Spartani la tentazione di contaminarne le donne. Per tutte queste ragioni le donne a Sparta non potevano non avere una posizione molto più stimata che nel resto della Grecia. Le donne spartane e la parte eletta delle Etére ateniesi sono le sole donne greche di cui gli antichi parlino con rispetto, e i cui pensieri essi stimassero degni di venir rilevati.

Ben altrimenti fra gli Jonî, la cui città caratteristica è Atene. Ivi le fanciulle non imparavano che a filare, tessere, cucire, tutt'al più qualche poco a leggere e a scrivere. Vivevano come recluse e non praticavano se non con altre donne. La camera delle donne era segregata nel piano superiore o sul di dietro della casa, dove gli uomini, massime se stranieri, difficilmente penetravano e dove esse si ritiravano se capitavano visite maschili. Le donne non uscivano che accompagnate da una schiava; in casa erano strettamente vigilate; Aristofane parla di molossi, educati a spaventare gli adulteri, e, almeno nelle città asiatiche, alla sorveglianza delle donne si impiegavano gli eunuchi, che già al tempo di Erodoto fabbricavansi in Chio per farne commercio, e, secondo Wachsmuth, non servivano ai soli barbari. In Euripide, la donna è qualificata come oikurema, ossia come cosa destinata alla cura della casa (la parola è neutra), e per l'Ateniese essa non era che una macchina per la procreazione e la principale domestica. L'uomo aveva gli esercizi ginnastici e gli affari pubblici, dai quali era esclusa la donna; aveva spesso, inoltre, schiave a sua disposizione, e, nel fiore di Atene, una prostituzione diffusa e che lo Stato, a dire il vero, favoriva. Fu appunto sulla base di questa prostituzione che si svilupparono certi speciali caratteri di donne greche, che per lo spirito e pel gusto artistico si elevavano tanto sul livello comune delle donne antiche, quanto le Spartane pel carattere. Ma che per divenire donne bisognasse prima essere Etére, è questa la più severa condanna della famiglia ateniese.

Questa famiglia ateniese fu, nel corso del tempo, il tipo sul quale sempre più modellarono i loro rapporti domestici non solo gli altri Jonî, ma tutti i Greci dell'interno e delle colonie. Ma, ad onta dell'isolamento e della sorveglianza, le Greche trovavano abbastanza spesso l'occasione d'ingannare i loro mariti. Questi, che si sarebbero vergognati di manifestare amore per le loro mogli, si divertivano amoreggiando colle Etére; ma la degradazione delle donne si vendicò sugli uomini e degradò anch'essi, finchè caddero nel pervertimento degli amori coi fanciulli, e degradarono i loro dei, come sè stessi, col mito di Ganimede.

Tale fu l'origine della monogamia, per quanto, ci è dato rintracciarla nel popolo più incivilito e più altamente evoluto dell'antichità. Essa non fu affatto un frutto dell'amore sessuale individuale, con cui non aveva assolutamente nulla di comune, poichè, dopo come prima, i connubii restarono connubii di convenienza. Essa fu la prima forma di famiglia, non basata su rapporti naturali, ma economici, cioè sulla vittoria della proprietà privata sopra la originaria proprietà comune naturale. Dominio dell'uomo nella famiglia, e procreazione di figli, che non potessero essere che suoi e destinati ad ereditare la sua ricchezza — questi e non altri furono gli scopi del connubio individuale[17], francamente espressi dai Greci. Del resto esso era per loro un peso, un dovere verso gli dei, verso lo Stato e verso i proprii antecessori; un dovere da adempiere e nulla più. In Atene la legge imponeva all'uomo non solo il matrimonio, ma l'adempimento di un minimo dei cosiddetti doveri coniugali.

Il connubio individuale non appare quindi affatto nella storia come una riconciliazione fra l'uomo e la donna, e, meno ancora, come la forma di connubio più alta.

Al contrario. Esso si presenta come l'assoggettamento di un sesso all'altro, come la proclamazione di un conflitto dei sessi, sino allora sconosciuto in tutta la storia primitiva. In un vecchio manoscritto inedito, elaborato da Marx e da me nel 1846, trovo: «La prima divisione del lavoro è quella tra l'uomo e la donna per la procreazione.» Oggi posso aggiungere: Il primo antagonismo di classe, che si presenta nella storia, coincide collo sviluppo dell'antagonismo fra l'uomo e la donna nel connubio individuale, e la prima oppressione di classe con quella del sesso maschile sul femminile. Il connubio individuale fu un grande progresso storico, ma al tempo stesso esso aprì, accanto alla schiavitù e alla ricchezza privata, quell'èra, non ancor chiusa, nella quale ogni progresso è insieme un relativo regresso; nella quale il bene e lo sviluppo degli uni si compie col male e colla oppressione degli altri. Esso è la forma cellulare della società incivilita, la forma nella quale già possiamo studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che in questa società completamente si svolgono.