8.º Divieto di coniugarsi entro la gente, salvo nel caso di ereditiere. Questa eccezione, diventata precetto, dimostra l'antica regola. Questa risulta del pari dal principio generalmente in vigore, che la donna, coniugandosi, rinunziava ai riti religiosi della sua gente e abbracciava quelli della gente del marito, nella cui fratria veniva anche inscritta. Conforme a ciò e secondo un famoso passo di Dicearco, le nozze fuori della gente erano la regola; e Becker nel suo Charikles ammette recisamente che niuno poteva sposarsi entro la propria gente;

9.º Il diritto dell'adozione nella gente; esso risultava dall'adozione nella famiglia, ma con pubbliche formalità e solo eccezionalmente;

10.º Il diritto di eleggere e di deporre i capi. Sappiamo che la gente aveva il suo arconte, ma in niun luogo è detto che l'uffizio fosse ereditario in date famiglie. Sino alla fine della Barbarie la presunzione è sempre contro la stretta eredità, che è affatto inconciliabile con uno stato di cose in cui ricchi e poveri avevano nella gente diritti perfettamente eguali.

Non solo Grote, ma Niebuhr, Mommsen e, fino ad ora, tutti gli altri storici dell'antichità classica arenarono nella gente. Pur avendone esattamente delineati molti caratteri, essi videro sempre nella gente un gruppo di famiglie, ciò che li impediva di intenderne la natura e l'origine. La famiglia, nella costituzione gentile, non fu mai, nè potè essere, una unità di organizzazione, perchè l'uomo e la donna appartenevano necessariamente a due genti diverse. La gente entrava interamente nella fratria, la fratria nella tribù; la famiglia si ripartiva metà nella gente del marito e metà in quella della moglie. Lo Stato, esso pure, non riconosce, nel diritto pubblico, la famiglia; essa non esisteva che pel diritto privato. E nondimeno tutta la storia scritta sinora parte dall'assurda ipotesi, divenuta intangibile sopratutto nel secolo XVIII, che la famiglia monogamica isolata, la quale precede a mala pena l'epoca civile, sia stata il nucleo intorno a cui, mano mano, si formò il cristallo della società e dello Stato.

«È da osservare inoltre al Signor Grote (soggiunge Marx) che, sebbene i Greci derivassero le loro genti dalla mitologia, quelle genti sono più antiche della mitologia coi suoi dei e semidei, da esse stesse creata.»

Grote è citato a preferenza da Morgan, perchè testimone reputato e non sospetto davvero. Egli narra eziandio, che ogni gente ateniese aveva un nome derivato dal suo supposto stipite; che prima di Solone in ogni caso, e anche dopo Solone in assenza di testamento, i compagni gentili (gennêtes) del defunto ne ereditavano la fortuna; e che, in caso di omicidio, prima i parenti, poi i compagni gentili, e finalmente i membri della fratria (fratores) dell'ucciso, avevano il diritto e il dovere di tradurre l'uccisore innanzi ai giudici: «tutto quello, che ci è trasmesso delle più antiche leggi ateniesi, è fondato sulla divisione in genti e in fratrie.»

La discendenza delle genti da progenitori comuni fu un vero rompicapo per i «pedanti filistei» (Marx). Pretendendo che naturalmente questi progenitori siano affatto mitici, essi non riescono in alcun modo a spiegarsi l'origine della gente per una semplice giustapposizione di famiglie prive di ogni originaria parentela; or è appunto ciò che dovrebbero ben chiarire, se pur vogliono spiegarsi la esistenza della gente. Suppliscono un profluvio di parole, aggirantisi in un circolo vizioso, senza uscir mai da questa tesi: l'albero genealogico è bensì una favola, ma la gente è una realtà. E finalmente il Grote scriveva (diamo anche le interpolazioni di Marx): — «Dell'albero genealogico ci si parla di rado, poichè esso non era messo in pubblico che in certe speciali solennità. Ma anche le genti meno importanti hanno le loro pratiche religiose comuni (meraviglioso questo, signor Grote!) e stipite e genealogia soprannaturale comune, tal quale come le più rinomate (ciò è ben strano, signor Grote, per delle genti «meno importanti»!); il piano fondamentale e la base ideale (non ideale, signor caro, ma proprio carnale — fleischlich per dirla in tedesco!) erano identici in tutte».

Marx così riassume la risposta di Morgan su questo punto: «Il sistema di consanguinità corrispondente alla gente nella sua forma primitiva — che i Greci avevano posseduta come tutti gli altri mortali — conservava la conoscenza dei gradi di parentela di tutti i membri della gente fra loro. Questo, che era per essi d'importanza capitale, essi rapprendevano per pratica sin dalle fasce. Ciò cadde in oblio colla famiglia monogamica. Il nome gentile creava una genealogia, appetto alla quale, quella della famiglia individuale appariva insignificante. Era quel nome oramai, che doveva conservare il fatto della comune origine di coloro che lo portavano; ma la genealogia della gente risalì così lontano, che i suoi membri non potevano più dimostrare la realtà della loro mutua parentela, eccetto in un limitato numero di casi, in cui fossero più prossimi i predecessori comuni. Il nome stesso era prova di comune origine, e prova decisiva, astrazion fatta dai casi d'adozione. Di fronte a ciò, negare in fatto, come il Grote ed il Niebuhr, qualsiasi parentela tra i compagni gentili, trasformando così la gente in una creazione fantastica e poetica, è degno di scrittori «ideali», cioè estranei alla vita. Poichè l'intreccio delle generazioni, sopratutto dacchè è sorta la monogamia, vien respinto in un lontano passato, e la passata realtà appare riflessa nelle fantasie mitologiche, questi dabben filistei ne conchiusero e ne conchiudono ancora che è la genealogia fantastica quella che creò le genti reali.»

La fratria era, come fra gli Americani, una gente madre divisa in parecchie genti figlie e che le riuniva; spesso anche le faceva tutte derivare da uno stipite comune. Così, secondo Grote, «tutti i membri contemporanei della fratria di Ecateo avevano una medesima deità per progenitore comune al sedicesimo grado»; tutte le genti di questa fratria erano quindi alla lettera genti sorelle. La fratria si presenta in Omero anche come unità militare, nel famoso passo dove Nestore consiglia ad Agamennone: Ordina gli uomini per tribù e per fratrie, acciocchè la fratria assista la fratria, e la tribù la tribù. — Essa ha altresì il diritto e il dovere della punizione dell'omicidio commesso sopra un fratore, ciò che indica che nel passato le spettava il dovere della vendetta. Ha ancora santuarii e feste comuni, essendo l'elaborazione di tutta la mitologia greca, dal primitivo culto ario della natura importato seco loro dall'Asia, essenzialmente l'opera delle genti e delle fratrie.

La fratria aveva inoltre un capo (phratriarchos) e, secondo De Coulanges, anche assemblee e decreti obbligatorii, una giurisdizione ed un'amministrazione. Anche lo Stato, quando sorse, benchè ignorasse la gente, lasciò alla fratria certe funzioni pubbliche.