Era troppo naturale che, nel ricercare presso i varî popoli le traccie della gens imperniata sulla successione materna (determinazione della parentela secondo la discendenza materna), chi primo l'aveva scoperta, Morgan, accordasse un'attenzione più intensa ai fatti, che meglio si prestavano alla sua tesi, anzichè a quelli che se ne scostavano. Talune sue generalizzazioni esagerate trovano poi una scusante nella circostanza, che, allorquando egli scriveva la sua opera, le indagini sulla storia primitiva erano poco sviluppate come scienza; mentre oggidì s'esporrebbe al ridicolo chi osasse spacciare tutte le sue proposizioni per altrettante verità apodittiche. Lo stesso dicasi delle conclusioni che Engels, sulle traccie di Morgan, trasse rapporto alla gens, però che anch'esse non vanno immuni da generalizzazioni rivelatesi assolutamente eccessive.

Nell'accennato scritto di Cunow è poi data la convincente dimostrazione, che il diritto materno non è punto un istituto, il quale si svolga fatalmente dall'originaria famiglia-orda, se così si può chiamarla, in conseguenza del crescere di questa, ma che si richiedono sempre determinate condizioni economiche — una limitata agricoltura coesistente alla caccia e alla pesca, come base della sussistenza — perchè alla donna sia dato raggiungere, nella collettività domestica ed eventualmente nella gens, quella posizione, che può definirsi di diritto materno, nel significato in cui Engels adopera questa parola. In Engels diritto materno, nel senso di posizione sociale più elevata della donna, e successione materna compaiono a un dipresso come sinonimi, sebbene in realtà non lo siano affatto e la successione materna fosse, anzi sia, in molti casi accompagnata ad una posizione sociale assai bassa della donna. Del pari troviamo la successione materna in popoli pastori, sebbene, secondo la teoria, la pastorizia dovrebbe dare origine alla famiglia patriarcale. Fa d'uopo appunto, come notammo, d'un concorso ininterrotto di differenti circostanze perchè sorga una determinata istituzione sociale, e già presso i popoli primitivi s'avverte che non v'ha assolutamente, nella serie delle evoluzioni delle loro istituzioni sociali, una costante coincidenza quanto agli stadii percorsi da ciascuno di essi.

Per tale rapporto, Engels si lascia più volte trascinare, nell'attuale scritto, dalla predilezione per certe forme ed istituzioni del diritto sociale, a conclusioni che non resistono ad una più accurata disamina. Per esempio, egli esagera talvolta — non sempre — la portata del così detto comunismo primitivo, che del resto non era sostanzialmente se non un comunismo negativo, senza un concetto giuridico determinato, e che assunse una forma positiva soltanto come collettivismo di gruppi di parentela. Ciò, a cui mira la democrazia socialista, come partito dei lavoratori, è, nei suoi presupposti materiali ed ideali, così fondamentalmente diverso da quel primordiale «diritto di tutti sulla terra e sui suoi prodotti», che si può dire in diametrale opposizione con esso. Fra le rivendicazioni socialiste e quel diritto primitivo non v'è più somiglianza che fra l'animismo dei selvaggi e le teorie vitaliste dei moderni fisiologi. Osservato più attentamente, il comunismo primitivo si presenta come una proprietà particolare di gruppi sovra la terra e sui tesori ch'essa offre spontaneamente, fondata sull'occupazione o sulla conquista o sulle forme affini d'acquisto dei mezzi di sussistenza: raccolto e caccia. D'altronde, anche in questi stadii si rinviene di già la proprietà personale, sebbene, naturalmente, esercitata soltanto sovra oggetti d'uso individuale, come armi, ornamenti e simili. Può dirsi, su per giù, che il comunismo primitivo era un comunismo fondato sul non-lavoro e che la sua scomparsa coincide col primo apparire della coltivazione sistematica del suolo, d'onde l'acquisto dei mezzi di sussistenza ebbe finalmente la vera impronta di lavoro creatore. Ovvero può invece dirsi che il comunismo primitivo corrispondeva a quello stato d'immediata dipendenza in cui l'uomo trovavasi ancora rapporto ai doni spontanei della natura, e che cessa appunto non appena l'uomo incomincia a dominare la natura. A mio avviso, nell'abbandono di siffatto comunismo primordiale, potrà tutt'al più ravvisarsi una specie di peccato originale storico: il peccato dell'umanità che s'accosta all'albero della scienza.

Non dissimile è il giudizio storico, che deve darsi su l'abolizione o la scomparsa della costituzione gentilizia; costituzione che Engels medesimo dichiara possibile soltanto in uno stadio assai basso d'evoluzione sociale — (popolazione scarso e lavoro poco produttivo) — e destinata a tramontare al primo slancio ulteriore dell'evoluzione. La forte simpatia di Engels per la società sorta sulle associazioni gentilizie ed organizzata a loro servigio non gliene dissimula però i lati oscuri ed il carattere transitorio. Nullameno anche il quadro, ch'egli ci dà, del modo, con cui dalla costituzione gentilizia si sarebbe svolto lo Stato, mi sembra di colorito alquanto tendenzioso. Generalmente egli si raffigura questo trapasso come una specie di peccato originale, prodotto da influenze degradanti, da interessi spregevoli e da mezzi ignominiosi — come un abisso di corruzione, in cui, dal grado di relativa elevatezza morale di già raggiunto, sarebbe precipitata l'umanità. Qui abbiamo, secondo me, la eccessiva generalizzazione di alcuni fenomeni accidentali o secondarî, che risponde a quella pseudo-etica, a quel romanticismo sociale, che troviamo più spesso nei radicali con tendenze conservatrici, ad esempio nei democratici piccolo-borghesi, anzichè nei rappresentanti del socialismo scientifico. Indubbiamente, ove le istituzioni sociali sono poco evolute e lasciano lieve margine alle tendenze particolari dell'individuo, minore è la possibilità di corruzione che non in società più complicate; tuttavia chi vorrebbe perciò asserire in generale che siano più elevate le condizioni morali delle società più semplici? Non dovremmo piuttosto confessare che, per quanto ci seduca a prospettiva del loro contrasto coll'ambiente attuale, il valore morale non ne è soverchio? L'onestà dovuta ad ignoranza o ad assenza di tentazioni ha tutt'altro carattere che non quella dei membri di maggiori e più complicate comunità, dotati d'intelligenza ed esposti ad ogni sorta di tentazioni. In parecchi passi lo stesso Engels mostra la spaventosa rapidità con cui, ad esempio, la moralità dei barbari Germani s'infrange nell'urto della civiltà romana; e lo stesso può notarsi oggi negli individui che, appartenendo ad ambienti civili più semplici, sono trascinati nell'orbita di civiltà superiori.

È errore purtroppo comune quello di scorgere una prova di moralità più elevata della nostra civiltà, nell'assenza di talune immoralità o di taluni vizi, che non è invece in realtà se non l'indice della rozzezza di vita e d'ideazione dei popoli, presso i quali l'ammiriamo. Costumi più semplici e moralità più alta son due termini, come tutti sanno, sostanzialmente diversi. La sincerità dell'uomo della natura, che a ciascuno dice ciò che di lui effettivamente pensa, c'impone per il contrasto colla nostra cortesia di convenzione, la quale ci consente di dirigere magari parole cortesi a persone che abbiano in dispregio; ma non perciò pensiamo ad imitarla e ce ne avremmo a male se lo facessero quelli che ci circondano. La nostro cortesia è ella forse più immorale della sua sincerità? Oserei negarlo. Infatti la nostra ipocrisia, appunto perchè convenzionale, non ha origine maligna; ell'è piuttosto un dominio sovra sè stessi, richiesto dalle condizioni e dai rapporti d'una vita più evoluta, la quale non tollera che s'abbia sempre il cuore sulla lingua. Ben poteva, cent'anni fa, quando la Germania era ancora quasi esclusivamente un paese agricolo, cantarsi da Goethe:

In tedesco è mentir l'esser cortese.

Oggi, la si direbbe un'esagerazione priva di garbo; ma peggio ancora il voler dedurre dalla scomparsa delle forme di convivenza primordiali un abbassamento nel livello morale. È certo che le condizioni morali dell'attuale Germania sono superiori a quelle del 1800.

Allorquando s'occupa di determinati popoli e della loro evoluzione, Engels si mostra per lo più immune da romantici entusiasmi per le civiltà primitive, anzi dileggia volontieri quegli scrittori, pei quali il selvaggio è l'uomo migliore. Ma, nel riepilogare e nelle formule generali, accade anche a lui di fermarsi ai lati luminosi delle più antiche forme sociali, dimenticandone i lati oscuri. D'altronde, non è semplicemente dalla simpatia, ben concepibile, verso le istituzioni democratiche dei popoli primitivi ch'egli è spinto a siffatte unilateralità; nel suo modo di presentare la storia si sente piuttosto l'influenza di certe vedute fourieriste ed hegeliane. Sulla fine del libro, è Engels stesso che cita la Critica della civiltà di Fourier, dove appunto fra le note predominanti emerge l'evoluzione fino a noi, rappresentata quale un progresso intellettuale accompagnato da degenerazione morale. Ad eguali conclusioni giunge in Hegel il concetto della storia, che s'evolve per via di antitesi. Ora, volendo giudicare il presente sotto questo aspetto, si è fatalmente portati ad esagerare il valore di determinate istituzioni del passato.

Così, ad esempio, la moderna prostituzione è ben più ripugnante al nostro senso morale che non la poligamia, quale la rinveniamo anche in anteriori stadi d'evoluzione. Eppure la prima segna un grande progresso morale, in quanto riposo sul riconoscimento della libera personalità. La prostituta moderna dispone ella stessa del proprio corpo, al contrario di ciò che accadeva generalmente nella poligamia. Anche vendendosi sotto il pungolo del bisogno, ella esercita un atto d'indipendenza, che presso varî popoli così detti della natura è alla donna negato. Certamente la vendita o il baratto di fanciulle adulte, che si fa nel matrimonio dai loro genitori o dal capo della famiglia ad un terzo, si concilia colle idee generali di questi popoli assai meglio che non la prostituzione volontaria colle nostre; ciò tuttavia prova unicamente che i nostri odierni criterî sono più elevati e non già che i nostri costumi sono decaduti.

Tale è principalmente il criterio, con cui dobbiamo confrontare e valutare le condizioni morali d'epoche diverse. Formuliamolo come ci pare, ma sempre troveremo che questo criterio si risolve nel maggiore o minor rispetto della personalità e nella posizione che a questa è fatta nella comunità. S'intende che la libertà puramente formale della personalità esige, per divenire vera libertà, certe condizioni economiche e che il rispetto sociale della personalità presuppone il rispetto e la padronanza di sè stessi.