Lo spazio non ci consente di addentrarci nelle istituzioni gentili tuttora esistenti, in forma più o meno schietta, fra le più diverse popolazioni selvaggie e barbare, nè di seguirne le traccie nelle storie primitive dei più o meno inciviliti popoli dell'Asia. Le une o le altre si trovano dappertutto. Eccone due soli esempi: Prima ancora che fosse ben conosciuta la gente, l'uomo che più si sforzò di fraintenderla, Mac Lennan, l'ha dimostrata e l'ha descritta esattamente presso i Calmucchi, i Circassi, i Samoiedi, e presso tre popoli dell'India: i Warali, i Magari e i Munnipuri. Recentemente M. Kovalevsky l'ha scoperta e descritta presso gli Psciavi, gli Scevsuri, gli Svaneti ed altre tribù del Caucaso. Qui non diamo che alcune brevi notizie sulla gente, quale la troviamo fra i Celti ed i Germani.

Le più antiche leggi celte di cui abbiamo notizia ci mostrano la gente ancora in pieno vigore; nella Irlanda essa vive, almeno istintivamente, nella coscienza popolare ancor oggi, dopo che gl'inglesi l'hanno violentemente distrutta; nella Scozia essa era ancora in tutto il suo fiore alla metà del secolo scorso, e anche là non soggiacque che alle armi, alla legislazione e ai tribunali inglesi.

Le leggi dell'antica Galles, scritte parecchi secoli prima della conquista inglese e al più tardi nell'undecimo secolo, mostrano ancora l'agricoltura comune in interi villaggi, benchè solo come avanzo eccezionale di un costume generale del passato; ciascuna famiglia aveva cinque acri per sè, oltre a ciò un campo veniva coltivato in comune e se ne ripartiva il prodotto. L'analogia coll'Irlanda e colla Scozia non lascia dubbio che queste comunità di villaggio rappresentavano o genti o suddivisioni di genti, quand'anche un nuovo esame delle leggi del paese di Galles, pel quale mi manca il tempo (i miei estratti sono del 1869), non dovesse provarlo più esattamente. Ma ciò che le fonti della Galles, e con esse le irlandesi, provano direttamente, è che fra i Celti la famiglia sindiasmica, nell'undecimo secolo, non era ancora stata affatto soppiantata dalla monogamia. Nella Galles un matrimonio non diveniva indissolubile, o tale, per dir meglio, che non si potesse più disdire, se non dopo sette anni. Se mancavano tre sole notti ai sette anni, gli sposi potevano divorziare. Allora si spartiva la roba; la donna divideva, l'uomo sceglieva la sua parte. I mobili venivano ripartiti giusta certe regole molto umoristiche. Se era l'uomo che scioglieva il matrimonio, egli doveva rendere alla donna la sua dote e qualcosa in più; se era la donna, essa riceveva meno. Dei figli, due restavano all'uomo, uno, quello di età mediana, alla donna. Se la donna, dopo la separazione, prendeva un altro uomo, e il primo marito la reclamava di nuovo, essa doveva seguirlo, anche se avesse già un piede nel nuovo talamo. Ma se i due avevano convissuto sette anni, erano marito e moglie anche senza la formalità delle nozze. La castità delle ragazze prima del matrimonio non era punto rigorosamente custodita o richiesta; le norme vigenti in proposito erano estremamente frivole e punto rispondenti alla morale borghese. Se una moglie commetteva adulterio, il marito poteva bastonarla (era questo uno dei tre casi, nei quali ciò gli era concesso; negli altri casi incorreva in una pena), ma non gli era permesso poi di chiedere altro risarcimento, perciocchè «per lo stesso fallo vi deve essere o espiazione o vendetta, ma non le due cose insieme». I motivi pei quali la donna poteva chiedere il divorzio, senza perdere con ciò alcuno dei suoi diritti, erano molto larghi: bastava che il marito avesse l'alito cattivo. Il riscatto in denaro da pagarsi al capo o re della tribù pel diritto della prima notte (gobr merch, donde il nome medioevale marcheta, in francese marquette), tiene una gran parte nel libro delle leggi. Se aggiungeremo, che è dimostrata in Irlanda l'esistenza di rapporti analoghi; che anche ivi erano molto in uso i matrimonii temporanei, e che alla donna, in caso di separazione, erano guarentiti grandi vantaggi, e regolati nel modo più coscienzioso, perfino un indennizzo pei servigi domestici resi, che ivi a una «prima moglie» se ne trovano accanto delle altre, e nella ripartizione delle eredità non è fatta differenza tra figli legittimi ed illegittimi — noi avremo del connubio sindiasmico un quadro, di fronte al quale appare severa la forma di connubio in vigore nell'America del Nord, ma tale che non può recar meraviglia nell'undecimo secolo in un popolo, che al tempo di Cesare viveva ancora col connubio per gruppi.

La gente irlandese (sept; la tribù chiamavasi clainne, clan) non è solo constatata e descritta dagli antichi libri di diritto, ma anche dai giuristi inglesi del secolo XVII inviati colà per la trasformazione del territorio dei clans in demanio del re inglese. Il suolo era rimasto sino allora proprietà comune del clan o della gente, in quanto non fosse stato già trasformato dai capi in loro demanio privato. Se moriva un compagno gentile, e per conseguenza cessava una economia domestica, il capo (i giuristi inglesi lo chiamavano caput cognationis) faceva una nuova distribuzione di tutto il territorio fra le restanti famiglie. In generale questa distribuzione dev'essersi fatta giusta le norme vigenti in Germania. Ancor oggi le campagne di alcuni villaggi — che quaranta o cinquant'anni fa erano molto numerosi — formano il cosiddetto rundale. I contadini, fittaiuoli particolari del terreno, che una volta era comune alla gente e che poi fu rubato dal conquistatore inglese, pagano ciascuno il proprio fitto, ma riuniscono tutti i lotti di campo e di prato e, secondo la posizione e la qualità, li ridividono in Gewanne, come si dice sulla Mosella, e danno a ciascuno la sua parte in ogni Gewann; il terreno paludoso e i pascoli sono sfruttati in comune. Ancora cinque anni fa si rifaceva il riparto di tempo in tempo, e in molti luoghi annualmente. La carta topografica di un villaggio-rundale rispecchia quelle delle borgate tedesche della Mosella o dell'Hochwald. La gente sopravvive anche nelle «fazioni». I contadini irlandesi si dividono spesso in partiti che, sembrando fondati sopra divergenze assurde o prive di senso, sono affatto inesplicabili per gli Inglesi, e pare non abbiano altro scopo che le popolari solenni zuffe di una fazione contro l'altra. Sono artificiali reviviscenze, sostitutivi postumi delle genti distrutte, che mostrano a modo loro la persistenza degli istinti gentili ereditati. Per altro in molte contrade i compagni gentili stanno ancora insieme a un dipresso sull'antico territorio; così, ancor dopo il 1830, la grande maggioranza degli abitanti della contea di Monaghan non aveva che quattro nomi di famiglie, discendeva cioè da quattro genti o clans[21].

Nella Scozia il tramonto dell'ordinamento gentile data dalla sconfitta della sollevazione del 1745. Quale anello di quest'ordinamento rappresenti specialmente il clan scozzese, è ancora da indagare; ma che esso ne sia uno, è indubitato. Nei romanzi di Walter Scott noi ci vediamo dinanzi vivente questo clan dell'alta Scozia. Esso è, dice Morgan, «un perfetto modello della gente nella sua organizzazione e nel suo spirito, un esempio evidente della dominazione della vita gentilizia sui gentili... Nelle loro guerre e nelle loro vendette, nella distribuzione del territorio per clans, nello sfruttamento in comune del terreno, nella fedeltà dei membri del clan verso il capo e tra loro, noi ritroviamo dappertutto i tratti della società gentile... La discendenza seguiva il diritto paterno, sicchè i figli degli uomini rimanevano nel clan, quelli delle donne passavano al clan del padre». Ma che nella Scozia regnasse un tempo il diritto materno, lo prova il fatto che, nella famiglia reale dei Picti, secondo Beda, vigeva la successione in linea femminile. Anzi, un tratto della famiglia punalua erasi conservato, come negli abitanti del paese di Galles, così anche fra gli Scozzesi, sin nel medio-evo, ed era il diritto della prima notte, che il capo del clan o il re, quale ultimo rappresentante dei mariti comuni d'un tempo, era autorizzato ad esercitare su ogni sposa, se quel diritto non veniva riscattato con una somma di denaro.


È cosa certa che i Germani, sino alla invasione dell'Impero romano, erano organizzati in genti. Essi debbono aver occupato il territorio tra il Danubio, il Reno, la Vistola e il mare del Nord solo pochi secoli prima della nostra êra; i Cimbri e i Teutoni erano ancora in piena migrazione e gli Svevi non trovarono sedi fisse che al tempo di Cesare. Di essi Cesare dice esplicitamente che si erano stabiliti per genti e per parentele (gentibus cognationibusque), e in bocca di un Romano della gente Giulia questa parola «gentibus» ha un significato preciso che non si cancella coi sofismi. Ciò poteva dirsi di tutti i Germani; perfino la colonizzazione nelle provincie romane conquistate pare siasi fatta per genti. Nel diritto nazionale alemanno è confermato che il popolo si stabilì per genti (genealogiae), sul terreno conquistato al sud del Danubio, e la parola genealogia viene adoperata nell'identico senso, come più tardi comunità di marca o di villaggio[22]. Kovalevsky sostenne di recente che queste genealogiae fossero le grandi comunità domestiche, tra le quali era distribuito il terreno, e dalle quali svilupparonsi poi le comunità di villaggio. Lo stesso potrebbe dirsi della fara, con che i Burgundi e i Longobardi — cioè una stirpe gotica e una stirpe erminonica o alto-tedesca — designavano a un dipresso, se non precisamente, quello stesso che il libro delle leggi alemanne con la parola genealogia. È il caso d'indagare più da vicino di che cosa — se gente o comunità domestica — effettivamente si tratti.

I monumenti linguistici non risolvono il dubbio se tutti i Germani avessero un'espressione comune per designare la gente, e quale essa fosse. Etimologicamente la parola corrisponde al greco genos, al latino gens, al gotico kuni, all'alto-tedesco mediano künne, ed è anche usata nel medesimo senso. Ciò che ci richiama ai tempi del diritto materno, è che il nome, che serve a indicare la donna, proviene dalla stessa radice: greco gyne, slavo zena, gotico qvino, vecchio norvegese kona, kuna. Presso i Longobardi e i Burgundi troviamo, come si è detto, fara, che Grimm deriva da una radice ipotetica, fisan, generare. A me parrebbe più evidente la derivazione da faran, migrare, viaggiare, come designazione di una sezione fissa di emigranti, la quale, è quasi sottinteso, si componeva di parenti; tale designazione, nel corso di parecchi secoli di migrazione, prima verso l'Est, poi verso l'Ovest, sarebbe venuta naturalmente e a poco a poco a indicare tutta una comunità del medesimo ceppo. Vi è inoltre il gotico sibja, in anglosassone sib, nel vecchio alto-tedesco sippia, sippa: parente. Nell'antico norvegese non se ne trova che il plurale sifjar, i parenti; il singolare non si usava che come nome di una dea, Sif. — E finalmente troviamo un'altra espressione nella canzone d'Ildebrando, dove Ildebrando chiede ad Adubrando «quale fra gli uomini di quel popolo fosse suo padre.... o di quale schiatta sei tu» (eddo huêlihhes cnuosles du sis). Finchè vi fu un nome alemanno comune per la gente, questo dev'essere stato il gotico kuni, e ciò non solo per l'identità con la corrispondente espressione delle lingue sorelle, ma anche pel fatto che da esso deriva la parola kuning, re, che in origine significa il capo d'una gente o d'una tribù. La parola sibja, parente, non sembra che c'entri: almeno perchè sifjar nel vecchio norvegese significa non solo consanguinei ma anche cognati, e abbraccia quindi i membri di almeno due genti; sif non può quindi essere stato l'equivalente di gente.

Come fra i Messicani e fra i Greci, anche fra i Germani l'ordine di battaglia, tanto dello squadrone di cavalleria quanto della colonna a cuneo della fanteria, veniva disposto per corporazioni gentili. Se Tacito dice: per famiglie e per parentele, questa espressione indeterminata si spiega col fatto che, all'epoca sua, la gente aveva cessato da un pezzo di essere in Roma un'associazione vivente.

È decisivo un passo di Tacito nel quale è detto: il fratello della madre considera i suoi nipoti come suoi figli, anzi alcuni ritengono il vincolo di sangue tra zio materno e nipote ancora più sacro e più stretto che quello tra padre e figlio, sicchè, quando richiedonsi ostaggi, il figlio della sorella è tenuto per una garenzia maggiore che non il proprio figlio di colui che si vuol vincolare. — Qui noi abbiamo un tratto vivente della gente organizzata giusta il diritto materno, cioè primitiva, e ci è dato come qualche cosa di particolarmente caratteristico ai Germani[23]. Se un compagno di una tale gente dava il proprio figlio in pegno di una promessa e lo lasciava cader vittima della violazione del patto, egli non dovea risponderne che a sè stesso. Ma se il sacrificato era il figlio della sorella, era violato il più sacro dei diritti gentili; il più prossimo parente gentile, cui spettava prima che ad ogni altro la difesa del fanciullo o dell'adolescente, era colpevole della sua morte; egli o non doveva darlo come ostaggio o doveva osservare il contratto. Se non avessimo alcun'altra traccia di costituzione gentile presso i Germani, questo solo passo basterebbe.