Ma ancor più decisivo, perchè posteriore di circa otto secoli, è un passo del canto vecchio-norvegese sul crepuscolo degli dei e sulla fine del mondo, la Völuspâ. In questa «visione della profetessa», in cui, com'è ora dimostrato da Bang e Bugge, sono intrecciati anche elementi cristiani, si dice, descrivendo il tempo della corruzione e della depravazione generale che prepara la grande catastrofe:

Broedhr munu berjask ok at bönum verdask

munu SYSTRUNGAR sifjum spilla.

«I fratelli si combatteranno e si assassineranno a vicenda, e i figli delle sorelle romperanno la parentela». Systrungar sono i figli della sorella della madre, e che questi rinneghino la loro consanguineità appare al poeta un delitto ancora più grave dell'assassinio del fratello. La maggior gravità deriva dal systrungar, che indica la parentela dal lato materno; se invece di questa parola, vi fosse syskina-börn o syskina synir, figli di fratelli e sorelle (cugini in genere)[24], la seconda linea di fronte alla prima non significherebbe aggravamento, ma attenuazione del delitto. Quindi, anche al tempo dei Vikinghi, quando nacque la Völuspâ, non era ancora cancellato in Scandinavia il ricordo del diritto materno.

Del resto, il diritto materno, al tempo di Tacito, almeno fra quei Germani che gli erano più noti, aveva ceduto il posto al diritto paterno; i figli ereditavano dal padre; se non c'erano figli, ereditavano i fratelli e gli zii paterni e materni. L'ammissione del fratello della madre all'eredità si connette col perdurare del costume testè ricordato e prova essa pure quanto fosse di origine recente il diritto paterno fra i Germani. Sino in pieno medioevo si ritrovano traccie di diritto materno. Pare che anche allora non vi fosse ancora molta fiducia nella paternità, sopratutto fra i servi; così, se un signore feudale d'una città reclamava un servo fuggito, la qualità di servo nel fuggitivo, per esempio ad Augusta, a Basilea e a Kaiserslautern, doveva venir giurata da sei dei suoi più prossimi consanguinei, e questi esclusivamente dal lato materno. (Maurer, Städteverfassung, I.º, pag. 381).

Un altro avanzo del diritto materno appena estinto, ce lo mostra il rispetto dei Germani pel sesso femminile, quasi incomprensibile ai Romani. Donzelle di nobile famiglia erano, nei trattati coi Germani, i più sicuri ostaggi; il pensiero che le loro mogli e figliuole potessero cadere in prigionia o in ischiavitù era terribile per essi e stimolava più di ogni altro il loro coraggio in battaglia; essi vedevano nella donna qualche cosa di sacro e di profetico, ne ascoltavano il consiglio anche nei frangenti più gravi; così Veleda, la sacerdotessa dei Brutteri sul fiume Lippe, fu l'anima di tutta quella sollevazione dei Batavi, nella quale Civile, alla testa dei Germani e dei Belgi, scosse tutta la dominazione romana nelle Gallie. In casa, la supremazia delle donne sembra incontestata; esse, i vecchi e i fanciulli, debbono, è vero, attendere ad ogni lavoro; l'uomo caccia, beve o poltrisce. Lo dice Tacito, ma poichè egli non dice chi coltivasse il campo, e dichiara formalmente che gli schiavi non prestavano altro che un tributo, senza lavori servili, la massa degli uomini adulti avrà ben dovuto fare almeno il poco lavoro, che l'agricoltura richiedeva.

La forma del matrimonio era, come già si è detto, un connubio sindiasmico che mano mano si avvicinava alla monogamia. Non era ancora la stretta monogamia, perchè la poligamia era permessa ai notabili. In generale si teneva severamente alla castità delle fanciulle (all'opposto dei Celti) e Tacito parla altresì con un calore particolare della inviolabilità del vincolo coniugale fra i Germani. Solo l'adulterio della donna egli indica quale motivo di divorzio. Ma il suo racconto lascia qui molte lacune e tradisce troppo l'intenzione di proporre un esempio di virtù ai dissoluti Romani. Invero: se i Germani erano, nelle loro foreste, così eccezionali cavalieri di onestà, come mai bastò il più piccolo contatto col mondo esteriore per farli scendere al livello medio della restante umanità europea? L'ultima traccia della loro severità di costumi svanì, tra i Romani, ancor più presto del loro linguaggio. Leggasi solo Gregorio di Tours. Che nelle antiche foreste germaniche non potesse esistere il raffinato eccesso di sensualità che regnava in Roma, s'intende da sè, e così resta ai Germani, anche sotto questo rapporto, un sufficiente vantaggio in confronto al mondo romano, senza bisogno di attribuir loro un'astinenza sessuale, che non esistì mai, in verun luogo, presso un intero popolo.

Dalla costituzione gentile provenne il dovere di ereditare le inimicizie come le amicizie del padre o dei parenti; così pure la «composizione», sostituita alla vendetta, per l'omicidio o per le offese. Questa «composizione», che, soltanto una generazione fa, era ancora considerata come una specifica istituzione germanica, la si ritrova ora presso centinaia di popoli come una forma mitigata ed universale della vendetta, derivante dall'ordinamento gentile. La troviamo, al pari dell'obbligo della ospitalità, tra gli altri, presso gli Indiani dell'America; la descrizione del come era praticata l'ospitalità, secondo Tacito (Germania, cap. 21), è quasi la stessa, sino nei minuti particolari, che Morgan ci dà dei suoi Indiani.

La disputa calorosa ed interminabile, se i Germani di Tacito avessero già definitivamente distribuito l'agro lavorato, e come debbansi interpretare i relativi passi, appartiene ora al passato. Dacchè presso tutti i popoli fu dimostrata la coltivazione in comune dei campi fatta dalla gente, e in seguito da comunistiche associazioni di famiglie, che Cesare constata ancora fra gli Svevi, e più tardi l'assegnazione dei campi a famiglie particolari con redistribuzioni periodiche; dacchè fu stabilito che queste redistribuzioni periodiche dell'agro lavorato si conservarono quà e là fino ai nostri giorni nella stessa Germania, non è il caso di spendervi intorno altre parole. Se dall'agricoltura in comune, che Cesare attribuisce esplicitamente agli Svevi (presso di essi, dice egli, non vi erano terreni ripartiti o terreni privati), i Germani, nei 150 anni corsi sino a Tacito, erano passati alla coltivazione particolare con redistribuzione annua del terreno, è questo in verità progresso sufficiente; il passaggio da quello stadio alla piena proprietà privata dei terreni, in così breve intervallo e senza estranee ingerenze, implicherebbe semplicemente l'impossibile. Per conseguenza, io leggo in Tacito solo quello che egli seccamente dice: essi si scambiano (o redistribuiscono) ogni anno il terreno coltivato, e sopravvanza ancora un vasto spazio di terreno comune. È lo stadio dell'agricoltura e dell'appropriazione del terreno, che corrisponde esattamente alla costituzione dei Germani d'allora.

Lascio inalterato il brano precedente, quale sta nelle precedenti edizioni, sebbene la questione nel frattempo abbia assunto un altro aspetto. Dopochè Kovalevsky ha dimostrato (veggasi più sopra a pag. 73) l'esistenza di una comunità domestica patriarcale, molto se non universalmente diffusa, che avrebbe formato lo stadio intermedio tra la famiglia comunistica a diritto materno e la famiglia isolata moderna, non si tratta più di discutere, come fanno ancora il Maurer e il Waitz, se la proprietà della terra fosse comune o privata, bensì qual fosse la forma della proprietà comune. Non vi è alcun dubbio che al tempo di Cesare, fra gli Svevi, non solo la proprietà era comune, ma anche la coltivazione si faceva in comune e per conto comune. Si potrà invece ancora discutere a lungo se l'unità economica fosse la gente o la comunità domestica, o un gruppo comunistico di parenti intermedio fra le due; o se pure i tre gruppi coesistessero, a seconda delle condizioni del terreno. Ma ora Kovalevsky sostiene che lo stato di cose descritto da Tacito presuppone non già la società della marca o del villaggio, ma la comunità domestica; e che solo da quest'ultima si sarebbe poi più tardi sviluppata la comunità di villaggio, per effetto dell'incremento della popolazione.