Per convocare il popolo alla danza (lerì) che ha luogo ordinariamente la notte, per adunarlo alla guerra, per invitarlo a partecipare della gioia o del dolore di una grande famiglia, di un Màtat o di un Bunèk (capo o sacerdote), usano i Bàri di battere un gran tamburo che, come la danza, è chiamato lerì. Questi Negri hanno pure cornette e pifferi; ma il principale strumento musicale è il tamburo, che, secondo la maniera colla quale si batte, manda un suono che esprime il dolore o la gioia di un paese; anima i danzanti o dispone al pianto quelli che seguono il funebre convoglio; chiama alla guerra e ne annunzia poi la vittoria o la sconfitta. Questo tamburone altro non è che un tronco d'albero vuoto, chiuso alle due estremità da una pelle tesa.

Io ebbi l'occasione di assistere ad una danza di mille e più persone, tra uomini e donne. Essa doveva cominciare dopo caduto il sole; ma già fin dal mattino le grida d'allegria e gli apparecchi, specialmente della gioventù, annunziavano che la doveva essere una gran festa. Era l'annuale commemorazione d'una strepitosa vittoria riportata sui Liria, tribù belligera posta a sud-est dei Bàri. — Mezz'ora prima del cader del sole, i danzatori e le danzatrici eran tutti al loro posto, in un vasto piazzale a cielo scoperto, le donne e le ragazze dipinte colla massima cura di bianco, di rosso, di giallo sul fondo della loro pelle lucida e nera come l'ebano; e quelle vestivan pelli di montone, queste cingevano alle reni una fascia larga un quattro dita, dalla quale pendevano davanti spessi cordoncini di cotone o catenelle di ferro, ed alcune avevano a tergo una lunga coda di vacca; anelli poi d'avorio, di rame o di ferro ne decoravano le gambe e le braccia, e numerose file di perline di vetro a vari colori adornavano il collo; gli uomini poi ed i fanciulli, in atteggiamento di guerrieri, in divisa di gala, formavano una siepe compatta, irta di lance; e gli uni avevano certi berrettoni delle forme più strane, e gli altri mazzi di piume ondeggianti sul capo, e pelli e code di bestie feroci che pendevano da ogni parte del loro corpo. — Mostrarsi nelle danze sotto un aspetto sempre nuovo e bizzarro è per questi Negri una soddisfazione incomparabile. — Già si erano requisiti tutti gli strumenti musicali disponibili, e n'era risultato un miscuglio indescrivibile di tamburi, di tamburoni, di corni, di pifferi e di cornette, a cui dovevano aggiungersi i vigorosi battimani delle donne. Ma ecco che incomincia la festa, vero delirio. — Suonano i tamburi. — Un buffone apre la danza, lanciando furiosamente le braccia in ogni direzione senza mai perdere la misura del tempo; ritorconsi le sue gambe come quelle d'un acrobata, ed or s'allungano parallelamente al suolo, or vi si puntano verticalmente, ed or sollevansi in aria; e tutti questi movimenti si seguono con una rapidità, una furia vertiginosa, e fra lo strepito d'una musica tanto monotona quanto selvaggia. Egli fa scambietti e capriole con una foga e un eccitamento degni del più infatuato dervisc. — Io mi aspettavo ad ogni tratto di vederlo cadere, colla schiuma alla bocca, in preda ad un accesso d'epilessia. — In capo a una mezz'ora, il buffone riposa, e dopo una breve pausa si rimette a saltare e a contorcersi con più lena che mai, invitando ed animando i circostanti a dar principio tutt'insieme alla danza. — Al suon de' tamburi s'unisce allora quello de' tamburoni, de' corni, de' pifferi, delle cornette e dei battimani, per cui ne risulta una musica d'inferno. — Uomini e donne quindi, fanciulli e fanciulle si mettono in orgasmo, e nell'ebbrezza della gioia cominciano una specie di danza sfrenata, accompagnata da salti, contorcimenti, urli non più uditi e stringimenti di spalle così nuovi, così bizzarri da non poter farsene un'idea da chi non ha veduto. Oh! che bocche! che occhi! che sorrisi satanici! che facce stravolte!... mi par di vederle tuttora; ed or mi s'eccita il riso come alla vista di una gran mascherata; or mi si stringe il cuore come all'imagine d'una gran baldoria di pazzi; e se considero la bellezza selvaggia del quadro, ci provo la voluttà d'un artista. — Circa alle due dopo la mezza notte, tutti tornarono alle loro capanne.


Nella tribù dei Bàri son frequenti le scosse di tremuoto. Il missionario Francesco Morlang, nei quattro anni che dimorò nella Stazione di Kondókoro, attesta d'averle sentite ogni anno, ed in tre epoche differenti:

1.º Pochi giorni prima del cominciar delle piogge, continuando per circa un mese, e facendosi sentire specialmente la notte dalle sei alle otto volte.

2.º Poco prima delle piogge copiose di agosto.

3.º Sul finire della stagione piovosa: ma queste ultime scosse sono assai leggiere in confronto delle altre, che più d'una volta furono così veementi da scrostare le pareti della casa della Missione, e da produrvi considerevoli fenditure.

I tremuoti si fanno più frequenti e terribili verso le montagne del sud.

Quanto alla direzione dei venti: i venti del nord nel paese dei Bàri principiano sul terminare della stagione piovosa e continuano fino al marzo.

Ai venti del nord succedono quelli dell'est, e durano circa un mese; ma si rinnovano poco prima dei venti del nord. Questi venti dell'est cagionano ai Missionari dolori di capo, inappetenze e febbri.