I Bàri, oltre al possedere gli altri difetti comuni alle razze negre, sentono in sommo grado l'indipendenza, ed hanno un'indole superba e feroce. Lieve querela viene il più delle volte terminata a colpi di lancia o di bastone, ed è causa d'una guerra sanguinosa e fatale.
Il Morlang mi diceva che fra i Bàri più sono quelli che muoiono di morte violenta che di malattia.
Il Negro bàri col crescere dell'età moltiplica i suoi nemici, che non gli permettono di vivere una lunga vita. Perciò rari fra loro sono i vecchi, senza paragone più che fra i Dénka, sebbene le qualità del clima vi sieno migliori d'assai.
L'uomo bàri bisognoso di qualche cosa non s'umilia domandando, ma pretende o rapisce se può; e nel caso che regni la fame nel proprio paese, ed egli non possa in altro modo soddisfarla, vende senza pietà ai mercanti d'avorio e ai dongolèsi i suoi figliuoli; e per qualche pugno di grano lascia che la moglie e le figliuole sieno da essi disonorate.
Allorquando i Bàri di Kondókoro esercitavano il loro commercio con altri Bàri della stessa tribù, o colle tribù vicine, permutando il loro ferro, il sale, il tabacco ed altro con dùrah, sesame, bestiami ecc., non erano così miserabili come lo divennero dacchè s'introdusse fra loro un malinteso commercio, e con esso, fin dal 1844, l'infame razza dongolèse, che con altri vizi vi portò pure quella turpe malattia la quale dagli indigeni viene curata col ferro rovente, che sì negli uomini che nelle donne serve di medicina ad un tempo e di punizione della loro immoralità.
I Bàri, come tutti i Negri, amanti dell'ozio, vedendo che colla vendita dei denti di elefante potevano procacciarsi da vivere con minor fatica che per lo passato, cominciarono a trascurare l'agricoltura, a cui dapprima erano dediti, e il consueto commercio. Ma ora che scarseggiano d'avorio ed hanno perduta la voglia di lavorare, il latrocinio è all'ordine del giorno. I più forti opprimono i più deboli costretti qualche volta a morir di fame, com'è succeduto nell'anno 1859 sotto gli occhi stessi de' Missionari. Parecchi allora trovarono scampo ritirandosi presso i Bèri, tribù potente e feroce all'est dei Bàri, ed altri presso i Scìr; pochi restarono in Kondókoro.
I Bàri non hanno alcun Governo; professano tuttavia grande rispetto ai loro Kimàk (Signori) che posseggono molto bestiame, ed ai Bunèk (Sacerdoti). I Bunèk sono per lo più uomini scaltri i quali esercitano la medicina, gittano le sorti pronosticando l'avvenire di una persona, e debbono inoltre comandare alla pioggia. Questi Negri tengono, come si suol dire, la fortuna pel ciuffo, ma qualche volta avviene che sguizzi loro di mano e che il popolo infuriato gli ammazzi. Tale fu la sorte del famoso Bunèk Níghila, il quale poco tempo prima ch'io giugnessi in Kondókoro venne barbaramente trucidato dai Bàri, che poi se ne divisero il numeroso bestiame di cui mangiarono le carni, lasciando in una deplorevole miseria tutta la sua famiglia.
Non si può negare però che i Bunèk non abbiano una perfetta cognizione dell'efficacia di certe erbe e radici, e non sappiano quindi alleviare ed anche guarire alcune malattie.
L'arte del medicare viene anche esercitata da qualche donna, la quale in tal caso prende il titolo di Bunìt ed è, si può dire, venerata dal suo sesso.
Havvi pure fra i Bàri una classe di persone, che s'occupano esclusivamente in lavorare il ferro, di cui abbonda il paese; e fanno lance, frecce e diversi strumenti con grande abilità e maestria. Essi vengono chiamati col nome di Tumonèk e sono disprezzati dai mandriani e dagli agricoltori, come lo sono i pescatori che pur si dicono Tumonèk; nome che dato ad un agricoltore o ad un mandriano sarebbe un insulto bell'e buono. I Tumonèk non hanno mai la parola nelle pubbliche adunanze.