Questi canali navigabili comunicano fra di loro per mezzo di altri piccoli canali, e formano così una quantità d'isole, che ti sembrano deliziosi giardini circuiti da artificiali fossati. Immense boscaglie, quasi ondeggianti per l'ineguaglianza del terreno, accompagnano il viaggiatore a destra e a sinistra al di là dei canali, ed or s'avvicinano or s'allontanano da' suoi sguardi sotto aspetti sempre nuovi e di meravigliosa bellezza. In queste boscaglie i Scìr hanno le loro stabili dimore durante la stagione piovosa; ma allor ch'eravamo nella stagione asciutta, essi abitavano le isole, veri luoghi fatati. Qui vedevi un uomo che custodiva un armento, là una donna e tre o quattro giovinette che pascolavano un branco di capre; più oltre alcuni Negri accosciati sotto una pianta che fumavano la pipa; ed altri che aizzavano bestiami al passaggio di un canale mentre uno li precedeva a nuoto, segnando loro la via per condurli a pascoli migliori nelle isole vicine. Drappelli poi di fanciulle precedevano le nostre barche con battimani, canti e balli, nella speranza di ottenere in dono delle perline di vetro: tutto in somma concorreva a presentarci i più incantevoli panorami.

I costumi dei Scìr sono assai bizzarri, e quasi al tutto conformi a quelli dei Bàri, dei quali dirò tosto qualche cosa, dietro le relazioni avute dai Missionari di Kondókoro.

Anche la lingua di questi Negri è quella dei Bàri, lingua assai dolce e armoniosa.

La mattina del primo gennaio 1860 entrammo nella tribù dei Bàri, ove il fiume prende il nome di Ciufìri, nel quale si trovano sparse qua e là diverse ed eleganti isolette, che ne dividono il corso in più rami, il cui letto poco profondo rende difficile oltremodo la navigazione. La riva destra s'inalza notabilmente, il terreno diventa sabbioso, e le boscaglie non vi sono più così fitte come prima; mentre la riva sinistra si fa sempre più bassa e paludosa, e la foresta vi sparisce quasi del tutto.

Il primo monte che ci si offerse agli sguardi nella tribù dei Bàri, a sinistra del fiume, è chiamato dagli indigeni Gnárkègni, e dagli Arabi Gèbel-el-hadìd (monte del ferro); e quindi a destra, più a sud, vedemmo le montagne di Belegnàn, di Lokòja e di Longhè, le quali ci annunziavano vicina la Missione di Kondókoro.

Verso il mezzogiorno del 2 gennaio giugnemmo a Libo, villaggio posto sulla destra del fiume tra il 4º e il 5º gr. lat. N., distante non più d'un'ora di cammino da Kondókoro. In questo villaggio visitai tosto la modesta tomba del mio collega ed amico Angelo Vinco, che primo fra' Missionari s'era introdotto nella tribù dei Bàri, e avea fissata la sua stazione in Libo, ove morì e fu seppellito il 23 gennaio 1853. — Nessun monumento segna il luogo ove riposano le sue ossa! — La tomba è circondata da gigantesche euforbie. I Negri di quando in quando vanno a cantarvi una canzone, colla quale ricordano gli splendidi regali da lui ricevuti, e che non furono superati da nessun altro Bianco. — Io vi lasciai il tributo delle mie lagrime e la promessa di ricordarlo sempre, finchè avrò vita.

Finalmente alle ore tre pomeridiane dello stesso dì abbracciammo in Kondókoro il missionario Francesco Morlang, che, con dolorosa nostra sorpresa, ci annunziava la morte di Luigi Viehweider avvenuta nella notte del 3 agosto 1859, dopo due mesi di penosissime febbri e sei di dimora in questa Stazione.

Le disposizioni del Provicario Apostolico, ch'io esposi a Francesco Morlang, missionario zelantissimo e coraggioso, produssero nel suo animo quella stessa impressione che n'aveano avuta i Missionari di Santa-Croce.


Francesco Morlang, terzo Presidente nella stazione di Kondókoro, mi parlò a lungo intorno alla tribù dei Bàri, presso i quali si trovava da circa quattr'anni; e i suoi racconti corrispondevano pienamente a quelli del primo Presidente Bartolomeo Mosgan, il quale dopo un anno e qualche mese di residenza fra i Bàri, sfiduciato d'ottenere qualche cosa di buono da quella tribù, l'abbandonava nel marzo 1854, trasferendosi presso i Kìc, ove fondò la stazione di Santa-Croce; corrispondevano ancora a quelli del secondo Presidente Antonio Überbacher, che affaticato e stanco, dopo quasi tre anni di continua dimora in Kondókoro, vi moriva nel febbraio 1853 senza la più piccola soddisfazione, tanto naturale all'uomo, di veder coronate le sue fatiche d'un esito felice.