Questi due Missionari, udite ch'ebbero le disposizioni del Provicario Apostolico intorno alla Missione ed i motivi che lo avevano indotto ad attuarle, non seppero darsi pace, e vi si assoggettarono a malincuore, dicendo che questo nuovo progetto di missione toglieva a' Missionari ogni speranza di giovare ai poveri Negri, come avrebbero desiderato. Il pensiero poi di dover passare due volte il deserto per visitare le Stazioni del fiume Bianco gli atterriva più, che una continua dimora nel Sudàn, ove se nel corso di pochi anni morirono parecchi Missionari, non era tanto da incolparsi il clima, quanto le molte cure e diverse, delle quali essi erano soverchiamente aggravati, trovandosi tutt'al più due soli in una Stazione lontana, ov'era impossibile prima d'un anno di sperare soccorsi. Essi dicevano che sarebbe stato miglior partito quello di concentrare tutti i Missionari sul fiume Bianco in una sola stazione che non fosse troppo lontana da Chartùm, affinchè tornassero più frequenti e più facili le relazioni; e così uniti tentare un'ultima prova.
XII.
Da Santa Croce a Kondókoro — Costumi dei Bàri — Tremuoti, venti, temperatura — I Bàri e la Missione — L'islamismo e la schiavitù — Conclusione.
Da Santa-Croce mossi verso Kondókoro la mattina del 26 dicembre, non più solo, ma colla cara compagnia di Giuseppe Lanz. Frattanto il signor Kaufman doveva incassare e mettere in punto ogni cosa. A questo scopo io avevo lasciata una barca vuota a sua disposizione, colla quale si tenesse pronto a partire appena noi fossimo ritornati. Cagione di tanta fretta era il timore che il fiume giungesse al suo maggior decrescimento, e non ci permettesse quindi di recarci a Chartùm con barche assai cariche.
Fino alla sera del 26 dicembre noi vedemmo continue, dalla parte sinistra del fiume, le abitazioni provvisorie dei Kìc, mentre dalla parte destra, oltrepassata la tribù dei Tuìc, eravamo entrati in quella dei Bòr, i quali soggiornavano ancora nell'interno sopra canali del fiume.
Il 27 dicembre avevamo a destra ancora i Bòr, e a sinistra gli Eliàb, tribù che sono quasi sempre in guerra coi negri Scìr, i quali abitano sulle due rive del fiume verso il sud.
A mezzodì dello stesso giorno facemmo stazione in Akuàk, presso cui esce dal fiume il canale delle giraffe (Bàhr-ez-Zeràf).
Fin qui la prospettiva per me non ebbe nulla di gradevole. Ma da questo punto, ecco cangiarsi la stucchevole monotonia delle rive. Alle altissime erbe e ai folti canneti succedono, a destra del fiume, le magnifiche boscaglie dei Bòr; e già sì veggono frequenti le mimose, le palme-dòm, l'ebano, i nàbak, le euforbie velenose e giganti, gli alòk, come dicono gli Arabi, i kakamùt ed altre piante, del frutto delle quali si pascono i Negri. Ora il fiume, diviso in canali, raccoglie pochissima quantità d'acqua, e con fatica si può procedere avanti. Un grande e profondo canale esce a sinistra al 5°, 56′, 44″ lat. N., e rientra al 6° 14′, 30″. L'isola tra questo canale e il fiume è chiamata dagli Arabi Gesì-rat-el-Eliàb, ed è la più grande del fiume Bianco, dopo quella formata dal canale delle giraffe, e dopo le isole dei Scìr. Queste isole favorite dall'umidità e dal calore sono stupendamente feconde; alcune abitate da poveri pescatori appartenenti a tribù diverse, i quali compongono una casta al tutto speciale; altre lasciate incolte; e qui Negri mandriani conducono a pascolare i loro bestiami; e qualcheduna è riservata alla coltivazione del tabacco, del sesame, de' fagiuoli, del dùrah e del cotone. Il ricino vi cresce naturalmente, e sonvi di ricino folti boschetti.
Dal letto poi del fiume sporgono qua e là banchi di conchiglie, sui quali raro è il caso che non veggansi cercar pasto il falcone e la cicogna.
Il giorno 29 dicembre, poco prima del terminare dell'isola degli Eliàb, vedemmo sboccar nel fiume, dalla parte destra, due grandi canali di acqua, ch'escono dal medesimo presso il 5º grado lat. N.