Nell'ora stessa che noi lasciammo Kondókoro vi giugneva una grande dahabìah da Chartùm, e un'altra la seguiva a poca distanza, tutte e due condotte da soldati del Governo egiziano, capitanati da un Circasso, il quale per ordine superiore avrebbe dovuto fra due mesi ricondurre a Chartùm 500 schiavi. — E tanto vitupero pure adesso continua!

E vi sarà ancora chi osa dire che la schiavitù è tolta?... Legga costui, se non le ha mai lette, le dolenti pagine, ma vere, dell'illustre viaggiatore Giorgio Schweinfurth, là dove descrive la tratta del l'uomo[35], e poi mi dica se la schiavitù è tolta.

In sul finire di quel capitolo: «L'Egitto, egli dice, la più antica, la più feconda delle terre istoriche, ha qui una grande missione da adempiere; ma che vuoi sperare dall'islamismo? Con esso non c'è alleanza possibile.

«Per aprir la via del Signore, dice il Corano, uccidete coloro che vorrebbero uccidervi, ma non siate voi i primi a cominciare le ostilità, perchè Dio non ama i peccatori; uccideteli dovunque gli incontriate; scacciateli da dove vorrebbero scacciar voi; perchè la tentazione dell'idolatria è peggiore della morte.» Figlio del deserto, l'islam fa un deserto di tutti i luoghi dove penetra. Supporre che possa esser capace di progresso, è un sogno, un'illusione attinta nei libri. I suoi fedeli rassomigliano ai germi di vegetazione, che dormono nelle sabbie delle valli deserte: una scossa di pioggia, un nulla, può suscitarli ad una vita effimera; le piante si levano un giorno; poi, al contatto del soffio fatale, inaridiscono, e tutto ridiventa sterile.

Domandate agli Europei che dimorano in Egitto, se gli abitanti di quel paese potrebbero seguire le nostre usanze senza rinunziare al maomettanismo; e vi risponderanno con una negativa, e poi aggiungeranno non esservi luogo a sperare che quel popolo abbia mai a cambiare di culto. Dei nostri costumi, gli Egiziani adottarono unicamente il vestiario; ma vestano all'orientale o all'europea, i sudditi del Kedìve non mutano le loro idee sulla schiavitù. È moda nel bel mondo egiziano d'aver la casa piena di schiavi, e la cosa è colà indispensabile. Entrate nella dimora di un ricco Egiziano; troverete adagiato sopra un divano un uomo silenzioso e contemplativo, di cui nulla turba il riposo. Alieno da ogni nobile passatempo, ogni attività gli è sconosciuta; egli ignora la caccia, la pesca, l'equitazione, il modo di condur un battello; fino il passeggio è estraneo alle sue abitudini. Se ha sete, leva una mano, e chiama «Ja, uàled!» (Ehi, ragazzo!) e uno schiavo gli porge da bere. Vuoi fumare o dormire? «Ja, uàled!» ed è servito, senza ch'egli muova un dito.

Se un bel giorno non ci fossera più aulàd (ragazzi), che ne sarebbe di questi grandi signori sui loro divani? Ora una tale letargica apatia invade tutti gli Stati Orientali. Perchè la schiavitù si abolisca, bisogna prima che l'Oriente si trasformi e risorga a nuova vita. Se un tal cambiamento è impossibile, la schiavitù rimarrà per l'Egitto una necessità, per quanti impegni il Governo si assuma contro di essa.

Si è spesso parlato de' vantaggi da cui lo schiavo è circondato, degli agi di cui gode. Certo tra l'uàled degli Orientali e l'antico servo della gleba degli Europei, il contrasto è grande; tuttavia gli Europei facevano dello schiavo un membro utile alla società, mentre gli Orientali ne fanno un ozioso. Caricare delle pipe, porgere un bicchiere, preparare il caffè, sono occupazioni indegne d'un uomo; e i vantaggi che l'uàled ne trae furono caramente pagati colle angoscie della lotta, il viaggio nel deserto, la fame, la fatica, le malattie contagiose, che uccisero tanti suoi compagni, e si aggravarono anche sopra di lui.

Ma la conseguenza più dolorosa di questa caccia dell'uomo è lo spopolamento. Ho veduto distretti interi del Dàr-Fertìt convertiti in deserti pel rapimento di tutte le ragazze del paese. Gli Arabi e i Turchi vi diranno che salassano soltanto delle tribù senza valore, gente che, se avesse modo di moltiplicare, adopererebbe la potenza del numero ad esterminarsi fra loro. — Io penso tutto il contrario. — È giunto il tempo in cui l'Africa deve partecipare al commercio del mondo. Bisogna pertanto che la schiavitù sia abolita. Anzichè mantenerla, meglio varrebbe che Turchi e Arabi e tutti quanti i popoli inattivi scomparissero dalla terra: dal momento che lavorano, i Negri sono loro superiori.»

Giugnemmo il 24 gennaio in Santa Croce, e il 29 marzo in Chartùm lieti d'abbracciare il missionario Alessandro Dal Bosco alquanto ristabilito in salute.

Dopo due mesi ci recammo tutti in Assuàn, ove il Provicario Apostolico Matteo Kirchner ci attendeva con impazienza. Colà passammo quasi due anni; e finalmente, essendo stata ceduta la Missione dell'Africa Centrale ai Padri Francescani, noi tornammo in Europa. Ma i Francescani non valsero a sostenerla che per circa due anni, e quindi essa venne affidata a Monsignor Comboni, che coll'ardente suo zelo e colla sua instancabile attività riuscì a fondare qua e là diverse Stazioni, ove bravi missionari, assistiti da alcune suore del Buon-Pastore, ottennero frutti che fino allora non erano stati mai ottenuti.