Hèllat-Kàka, dal tempo che Seid Pascià vicerè dell'Egitto proibì la compera e vendita degli schiavi, n'era divenuta l'emporio, e gli Arabi crescevano ogni di più. Le loro capanne sono spartate da quelle dei Negri scìluk e compongono il gruppo principale di questa contrada. Due de' miei vecchi barcaiuoli, che da parecchi anni conoscevano questi Arabi, mi dicevano che non era che da poco tempo ch'essi avevano migliorata d'assai la loro condizione, da quando, cioè, cominciarono a tener commercio con alcuni mercanti d'avorio che percorrevano il fiume Bianco, dai quali compravano ogni anno buon numero di schiavi, qualche volta con piastre egiziane, ma il più delle volte con grossi denti di elefante, ch'essi ritraevano dagli Arabi dell'interno. Così è, alcuni mercanti di Chartùm, ch'io ho conosciuto, Turchi specialmente, i quali viaggiavano sul fiume Bianco coll'unico scopo di sordido guadagno, vedendo che la quantità dell'avorio diminuiva sempre più, che i concorrenti aumentavano e che crescevano le spese; nè avendo i mezzi da procacciarsi carabine di grosso calibro, e di assoldare uomini per dar la caccia agli elefanti, come facevano gli Europei, ricorsero ad uno spediente assai facile onde provvedere ai loro interessi, abusando ferocemente della impunità dei loro atti ingiusti e crudeli. Questi mercanti non s'allontanano mai dal fiume, ed allorchè veggono in sulle rive donne e fanciulle venute per lavarsi e per riempiere d'acqua le loro bórme (vasi di terra), o giovinetti che guardano il bestiame, o qualche casotto di poveri pescatori, si fanno subito annunziare dai Negri loro turcimanni quali buoni amici, che vanno in cerca di denti di elefante per comperarli, e mostrano alcune perline di vetro delle più belle, e ne promettono in dono per adescare gl'innocenti; anzi dalla barca ne gettan loro alquante file. Le donne allora, e i giovinetti specialmente, provocati dai doni bugiardi dei traditori, si raccolgono in buon numero; approfittano quindi gl'inumani del timore, che ispira loro lo scarico dell'armi da fuoco; uccidono i più forti che potrebbero opporre una resistenza; altri feriscono; molti mettono in fuga, e s'impadroniscono così a sangue freddo delle donne e de' fanciulli. Gli sventurati vengono tosto condotti in Hèllat-Kàka, ove il padrone della barca lascia un suo rappresentante chiamato uakìl, perchè procuri di venderli al più presto; mentre egli ritorna in traccia di nuova preda. Qualche volta questi mercanti avevano l'abilità di provvedersi di grano di dùrah a buon mercato, con quattro o cinque sole fucilate, che spaventassero i Negri venditori, i quali per campare la vita lasciavano volentieri la loro merce. Non era più possibile di porre il piede sicuri sopra una riva, ov'erano state commesse tali e tante crudeltà. I Negri non potevano più fidarsi, e con ragione, degli stranieri, e studiavano ogni modo per vendicarsi.

V.

Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le dieci schiave Abialàñġ rapite a tradimento — Il loro quartiere in Hèllat-Kàka — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza punita — Il tradimento.

Io ebbi occasione nel 1859 d'introdurmi fra le capanne degli Arabi in Hèllat-Kàka, e di vedere co' miei occhi l'inumano governo che si fa di membra e d'anime umane.

Ecco là una grande zerìbah (ricinto), la quale circonda otto o dieci capanne; la porta d'ingresso è chiusa e non viene aperta agli estranei se non sono compratori di schiavi. Io non era uno di questi, nè avrei avuto il denaro per esserlo; pure volevo entrare ed osservare quel luogo di miserie per poter poi descriverlo con chiarezza; e vi riuscii.

«La zerìbah, mi diceva il Ràies della mia barca, appartiene a un Gran-Capo mercante di schiavi, e contiene mercanzia umana; quel Capo vende bene la sua merce, e quindi ha cura di nutrirla e d'alloggiarla meglio che può, onde presentarla alla vendita in buona condizione; nessuno vi troverai legato; sono schiavi fatti da qualche tempo e provenienti da tribù lontane; vedremo poi come sieno trattati gli schiavi fatti di fresco, o troppo vicini al loro paese.»

Due o tre fanciulli, una o due ragazze esposti fuori del ricinto sotto ad una tettoia, servono di mostra. Entriamo nella zerìbah senza paura, benchè un Arabo dall'occhio bieco c'inviti con poca cortesia a restar serviti. Io do un'occhiata intorno.... saranno state cinquanta persone; tutti Negri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, padri, madri, fanciulli e bambini lattanti da vendersi separatamente o a partite, secondo il gusto di chi compra. E tante anime immortali, riscattate dal sangue e dalle angoscie d'un figlio di Dio, in quell'ora misteriosa in cui la terra tremò, ed in cui le rupi si squarciarono e i sepolcri si dischiusero.... tante anime saranno presto vendute, affittate, ipotecate o scambiate con droghe ed altri valori di simil genere, secondo la posizione commerciale o la fantasia del compratore! Quell'Arabo dall'occhio bieco, che ci fece restar serviti è il custode di tutta questa merce umana; e vuol vederli i suoi Negri sempre allegri, contenti, a mangiare, ballare, cantare e a ridere vivamente. Colui che rifiuta di essere di buon umore, o colui che non può sbandire dall'anima il pensiero della moglie, dei figli, del domestico tetto, è notato come un soggetto pericoloso, e si trova esposto a tutte le durezze che un uomo crudo e senza altra legge che la volontà propria può fargli subire. La vivacità, il brio e l'allegrezza, massime in presenza dei visitatori, sono loro imposti costantemente, ed essi vi sono stimolati o dalla speranza di avere un buon padrone, o dal timore delle punizioni che riceveranno non essendo venduti. L'ora nella quale io visitai quegl'infelici era ora di riposo, e se ne stavano distesi per terra, o sopra stuoie, in varie attitudini, all'ombra che proiettavano le capanne e qualche albero nella zerìbah; parte di essi dormiva, e parte era desta e taciturna; io vidi però alcuni che piangevano, perchè designati dal Gran-Capo per essere venduti quel giorno stesso. Verso sera, cioè dopo due o tre ore, doveva incominciar l'asta; mercanti del Dàr-Fùr, del Kordofàn, di Chartùm, di Dòngola si trovavano già da alcuni giorni in Hèllat-Kàka per comperare schiavi e per rivenderli poi nei loro paesi. Tra coloro che piangevano mi cadde sott'occhio una donna che poteva avere trent'anni, e a fianco a lei era una bambina, a cui era stato dato il nome di Scibàka, che non ne aveva più che dieci, la quale si teneva stretta alla madre e la guardava attonita. Entrambe balbettavano un po' l'arabo ed erano belle assai; parlavano insieme sommessamente per non essere sentite; ed oh! figliuoletta mia, diceva la madre col cuore affranto dallo scoraggiamento, questa è forse l'ultim'ora che passiamo insieme....

— No, mamma, non parlar così, noi saremo vendute ad uno stesso padrone, e tu sarai sempre mia e io sarò sempre tua.

— Se si trattasse di tutt'altra cosa, direi che tu la indovini, o figlia, ma io ho molta paura di perderti!

— Coraggio, mamma, non piangere; lo disse proprio il. Capo, che se saremo buone e ci daremo l'aria la più gaia, egli ci venderà ad uno stesso padrone.