In tempo di pace, la quale non si prolunga mai oltre il mese della luna nel quale s'è conchiusa, i Negri scìluk fanno el-sùk (il mercato) cogli Arabi Baggàra, cogli Abù-Ròf, coi Dénka. Nei loro mercati essi vendono ai Baggàra della riva sinistra del fiume ed agli Abù-Ròf della riva destra correggie d'ippopotamo e muschio di coccodrillo; e ai Dénka carne secca e tabacco, ricevendo in cambio grano di dùrah.
I Negri scìluk, come tutti i Negri ch'io ho conosciuto in sulle rive del fiume Bianco, hanno una maniera singolare onde preservarsi dal freddo della notte. All'avvicinarsi della sera essi accendono un gran fuoco, ne attivano la combustione, e allorquando le legna sono ridotte in cenere, vi s'avvolgono con tutto il corpo unto d'olio di ricino, formandosi così come una crosta di cenere che serve loro di vestimento, nel quale dormono saporitamente e assai meglio che tanti poveri sventurati qui da noi, i quali sui loro letti non hanno abbastanza da coprirsi nella stagione invernale. Appena che coll'alba sorge il mattino, si spogliano del loro inviluppo notturno, lavandosi con molta cura nelle acque del fiume, e ricomparendo poi nel vecchio loro costume, di cui la natura sola n' ha fatto le spese, e che essi non sarebbero disposti a mutare con nessun altro. La è questione d'abitudine; non vogliono saperne di camicia e di calzoni; essi hanno dell'eleganza ben altra idea da quella che noi n'abbiamo; torturano gli orecchi, le labbra, il naso con grossi anelli di ferro e di rame; bizzarri abbigliamenti portano al collo, alle braccia, ai fianchi, ai piedi; si tingono il corpo di terra rossa; alcuni tengono irti i capelli; altri li voglion rasi e si coprono il capo con una pasta di cenere intrisa con olio, a cui danno diverse forme più o meno ridicole, ma tutte in modo da farli parer mostruosi. Ecco le loro galanterie; qui sta tutta la loro ambizione; così è — de gustibus non est disputandum — e tanto basti.
Un contrassegno, un'impronta particolare, fatta con un ferro rovente, il più delle volte sulle spalle, sulle guance, o sulla fronte serve a distinguere tribù da tribù, e talora villaggio da villaggio.
Le ragazze dei Scìluk sono piuttosto brutte; laide se le consideriamo dal lato materiale, e laidissime dal lato morale. Esse vanno affatto ignude fino al momento del loro matrimonio, il quale ha luogo, come presso tutte le tribù negre del fiume Bianco, intorno ai vent'anni. Allora si coprono con due pelli di capra o di montone, davanti e di dietro, le quali pelli s'uniscono solamente alla cintura, lasciando scoperta la parte esteriore delle coscie. Un numero maggiore o minore di bovi, secondo il potere dello sposo, è la dote della futura sua moglie. La dote vien consegnata ai genitori di lei, i quali dovranno conservarla per farne la restituzione al marito, nel caso che la moglie, stanca di lui, volesse fare ritorno alla propria famiglia; e questo non è solo costume particolare dei Scìluk, ma di tutti i Negri lungo le rive del fiume.
I Scìluk sono cupidi di schiavi, ma specialmente gli abitanti del nord, i quali s'uniscono quasi sempre cogli arabi Baggàra nelle loro spedizioni per la tratta di altri Negri, dei quali fanno poi crudele mercato.
Il luogo, nel quale venivano raccolti i poveri schiavi, era Hèllat-Kàka, ove traevano mercanti di molti paesi per comperare... carne umana. Nel 1859, quand'io mi trovavo appunto sul luogo, mi fu detto che ve ne erano stati venduti presso a 500, quasi tutti dell'età di otto o dieci anni. Molti di quegli infelici muoiono in breve tempo, altri di stento ed altri di nostalgia. I loro padroni prima di esporli in vendita, gli ingrassano, come si fa de' polli d'India; cercano di guarirli dalla nostalgia colla musica, co' balli, col canto; ne evirano alquanti, e insegnano o fanno loro insegnare qualche parola araba; il che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente cento piastre egiziane (quasi venticinque lire italiane) per un ragazzo, duecento per una bimba, circa ottocento per una giovane di diciassette o diciott'anni, bella, la quale sappia parlare un po' l'arabo e che non abbia ancora partorito; ed altrettante per un giovinetto evirato. Il Re dei Scìluk ha un tanto per cento sugli schiavi venduti da' suoi sudditi. Se muore uno schiavo, il suo corpo vien gittato nel deserto e fatto pascolo delle belve; se egli ammala, e la sua malattia è creduta contagiosa e difficile a guarire, lo si adagia alla meglio sopra il fusto di un albero nell'interno della foresta, ed accanto gli si pone un vaso d'acqua e qualche cosa da mangiare; e lo si lascia là ignudo giorno e notte, esposto all'aperto, qualunque sia la stagione. Avviene talvolta che l'acqua venga meno, che gli manchi il cibo, che il male aggravi; egli allora invoca aiuto, smania, si contorce... Gridi pur l'infelice quanto ha fiato, pianga, urli, si disperi, che nessuno avrà pietà di lui... Oh potesse almeno discendere da quella pianta malaugurata!... Non gli è possibile; v'è legato così, da non potersi per niun modo svincolare. — Tutto ciò mi parrebbe incredibile, s'io stesso non fossi stato testimonio d'un simile fatto.
Era la notte del quattro dicembre 1859, la terza volta che percorrevo il fiume Bianco fra Chartùm e Santa Croce; la mia barca era ferma presso Hèllat-Kàka; quella notte per me fu una delle più agitate del viaggio; non mi sentivo bene; non potevo prender sonno; avevo tante cose per la mente che m'inquietavano — il pensiero d'aver perduto così presto la cara e dolce compagnia degli amati miei fratelli missionari, coi quali solevo dividere il tempo in utili e preziose conversazioni, Francesco Oliboni ch'era morto poco dopo il nostro arrivo nella missione di Santa Croce, Angelo Melotto ch'era morto poco dopo il nostro ritorno da Santa Croce a Chartùm, Isidoro Zili ch'era pur morto in Chartùm, Alessandro Dal Bosco che vi lasciai gravemente ammalato, Daniele Comboni che sofferente di febbri era tornato in Europa. E i missionari tedeschi?... quasi tutti erano morti. Ma ancora più m'inquietava il pensiero del richiamo, che per mezzo mio ordinava il Prov. Apostolico Matteo Kirchner, col beneplacito di Roma, de' pochi missionari superstiti dalle stazioni di Santa Croce e di Kondókoro sul fiume Bianco. Ecco, io sclamavo allora, troncato d'un sol colpo il filo delle mie speranze... dopo tante e tante fatiche sostenute, dopo il sacrificio di tante vite! oh quanta maledizione pesa su questo suolo africano! quanto incomprensibili sono i giudizi di Dio!... ma sia fatta la volontà sua. E voi, anime a me tanto care, che or vi beate lassù nel cielo della vista del Padre universale e onnipotente, il cui Figlio incarnato sparse per tutti il preziosissimo suo sangue, ah! pregate affinchè lo Spirito Santo che dall'uno e dall'altro procede infiammi col fuoco dell'amor suo i gelidi cuori di tanti poveri Negri, e illumini le oscure loro menti perchè sieno fatti degni di entrare in grembo alla vera Chiesa da Gesù Cristo fondata... deh! pregate anche per me, che ignoro la sorte che m'attende, affinchè il Signore mi conceda, quando a lui piacerà, di rivedervi in cielo. — A un'ora dopo la mezza notte, appena addormentato mi svegliai; tutti i barcaiuoli e il mio servo dormivano profondamente; a me non riuscì più di chiuder occhio; udivo ad intervalli il latrato dei cani scìluk e il ruggito del leone; quindi in un momento di silenzio mi tuonò all'orecchio improvvisamente una voce squarciata e selvaggia, che non tacque più fin quasi all'alba; essa veniva dalla foresta, ed ora mi pareva d'averla vicina, ora la sentivo lontana, poi tornava a risonare più vicina, a seconda del vento che spirava, e sempre in tono di lamento, di disperazione; e prorompeva di tratto in tratto in grida acutissime, che mettevan freddo nelle vene. Io svegliai allora il servo e i barcaiuoli perchè essi pure ascoltassero quelle grida; e tutti eravam persuasi fossero le grida d'un infelice che domandasse soccorso. All'alba del giorno, io con tre barcaiuoli e il servo movemmo verso quella parte della foresta donde era venuta la voce, e dopo breve cammino scoprimmo il cadavere d'uno schiavo in mezzo a un lago di sangue, che alcuni cani, più fortunati di lui! leccavano. — Gittammo un grido di stupore. — Accanto al cadavere era una donna che accarezzava il suo volto sanguinoso, singhiozzando, ridendo convulsivamente, mormorando con voce infantile parole di disperazione e d'amore. Il cadavere, caldo ancora, aveva sei ferite nel petto; aveva un occhio crepato, morsicate le braccia e le mani, e stava disteso in terra sotto l'albero, sopra il cui fusto era stato legato quand'era vivo, ed ora vedevasi ancora la fune e un piccolo vaso di terra senz'acqua. Chi fosse quella donna, pazza di dolore, non l'abbiam potuto sapere; nessuno capiva la lingua che parlava.... Ah! forse sarà la moglie, io dissi, di questo sventurato!... Ma e chi l'ha ucciso così crudelmente?... e perchè?... mistero!
Il 17 febbraio 1860, essendo io di ritorno da Kondókoro e da Santa Croce coi missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman, Giuseppe Lanz, con due laici, membri pure della missione, e con quattro giovinetti Negri e sei giovinette, catecumeni, m'arrestai colla dahabìah davanti alla maggiore borgata di Hèllat-Kàka, distante dal fiume circa un quarto d'ora, per comperare delle uova, delle galline, de' fagiuoli e due o tre montoni da mangiare durante il resto del viaggio fino a Chartùm.
Nella mia assenza di circa due mesi, la popolazione araba di Hèllat-Kàka s'era aumentata di forse duecento abitanti provenienti dalle montagne di Tèghele, i quali, come gli altri Arabi che da parecchi anni erano qui stabiliti, non avendo che poco bestiame, scelsero a loro dimora questa posizione perchè assai opportuna per la tratta dei Negri. Gli schiavi venivano poi venduti o qui sul luogo, o sui mercati di Dàr-Fùr e di Kordofàn.