«Nos deux émissaires se trouvant très-satisfaits de cette promesse, le remercièrent en termes flatteurs, et se retirèrent en marchant sur leurs pieds et leurs mains comme ils étaient venus. Ensuite, ils s'en vinrent raconter a mon frère le résultat de leur ambassade. Le lendemain, Messaad et ses hommes sortirent pour aller chasser. Dejà ils étaient en route, quand mon frère les rappela d'àprès un contre-ordre de sa majesté, que deux émissaires lui avaient apporté peu après leur départ.
«Les députés de ce monarque remirent à mon frère de la part de leur maître, deux boeufs en cadeau, et lui dirent que son conseil l'avait déterminé a retirer sa parole pour cette permission de chasse, ajoutant que les Turcs prenaient le prétexte de chasser pour s'emparer de ses États, et que, d'après cette réflexion, sa majesté ne permettait pas à Messaad de chasser, et qu'en outre, il invitait mon frère de partir de suite avec ses gens.
«Un de ses émissaires, qui s'appelait Cheik Abder-Rhamàn, nous assura, en langue arabe, que c'étaient les conseillers seuls du souverain qui l'avaient fait revenir sur sa promesse.»
I Negri scìluk sono il popolo più turbolento, più audace, più traditore, più ladro di tutta la vallata del Bàhr-el-Àbiad. Il Re però e tutti i Capi sanno reprimere colla forza questa loro indole perversa, nell'interno della tribù; ma non impediscono che venga dispiegata al di fuori, anzi la favoriscono col ricever parte dei loro furti. I genitori stessi avvezzano i loro ragazzi a rubare. Fra questi Negri il latrocinio è ammesso come cosa naturalissima, sempre però fuori della loro tribù, quando non si tratti di derubare un forestiero. — Mi ricordo che un giorno, giusto nel paese dei Scìluk, stanco di starmi seduto in barca nel mio ristretto e disagiato casotto, montai sulla riva e m'addentrai nel bosco non più di cento passi, perchè i miei barcaiuoli m'aveano avvertito che non conveniva allontanarsi troppo dal fiume per timore dei Negri. Eran circa due ore dopo il mezzodì; avevo appena mangiato un boccone; m'acconciai comodamente all'ombra di una pianta a fare il chilo, e deposta da banda la mia pezzuola e la tabacchiera d'argento, che mi tenevo cara assai non tanto pel suo valore intrinseco, quanto per la persona che me l'aveva regalata, m'addormii. Svegliatomi dopo alcuni minuti, non trovai più nè pezzuola nè tabacchiera. Alcuni giovinetti Negri, che ho veduto poi a qualche distanza fuggir via, se n'erano serviti. È incredibile l'audacia di questi monelli. Non c'è luogo dove non penetrino, malgrado la più oculata sorveglianza; strisciano, guizzano, si schiacciano contro terra, coperti d'erba, di paglia, di foglie; rischian la vita per un nonnulla. Io stetti lì ancora un cinque minuti, mortificato, immobile sotto l'albero, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso a terra, esclamando di tratto in tratto: — Ah! che birboni!!... e tornai poi in barca a rintanarmi nel mio casotto.
Del resto i Negri scìluk nelle loro grandi spedizioni si raccolgono in numero di cento e più, e discendono o rimontano il fiume sopra leggiere piroghe, armati di lancia e di scudo e muniti di grossi utensili, per dare la caccia all'ippopotamo e al coccodrillo. Essi vanno disciplinati; hanno dei Capi, degli statuti, dei diritti riconosciuti in un certo senso persino dal Governo. Se discendono il fiume, spiano continuamente gli Arabi della riva sinistra e i Dénka della riva destra, e tirano specialmente alle loro vacche. Qualora riescano ad impossessarsene le spingono nel fiume, e d'isola in isola le conducono presso alle loro abitazioni. I Scìluk poi del sud fanno le loro spedizioni lungo il Sóbat e fino all'imboccatura del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl), cercando di derubare per sorpresa i Gianghè della riva sinistra o i Nuèr della riva destra.
Durante la spedizione, che può durare anche più di un mese, essi dànno la caccia agli ippopotami e ai coccodrilli[10]. Da questi ultimi hanno il muschio, di cui fanno mercato; e dei primi conservano la pelle e i denti canini, ricercatissimi specialmente da qualche Inglese.
I Scìluk appetiscono assai la carne dell'ippopotamo che tagliano a lunghe striscie; quindi la sospendono a corde tese all'ombra e all'aria aperta, non mai al sole; e passate circa ventiquattr'ore hanno la carne secca che può servir loro di nutrimento per qualche mese. Rarissime volte mangiano la carne del coccodrillo, che è molto indigesta e sa di muschio. Vidi a mangiarne una volta i miei barcaiuoli, e io avrei proprio desiderato di assaggiarla, tanto più che quel coccodrillo l'avevo ucciso io stesso con un colpo di carabina; ma non mi fu possibile di accostarne briciolo alla bocca; il puzzo spiacente che mandava mi sconcertò talmente, che dovetti uscire di barca per non rigettare.
I Scìluk sono divisi in due classi. Quelli che si trovano ad Hèllat-Kàka, o più a nord, che sono assai pochi in confronto degli altri, vengono, per così dire, considerati come schiavi degli Arabi da quelli che abitano più a sud, i quali si estendono fin quasi al lago No, formato dalla mescolanza delle acque del fiume Bianco (Bàhr-el-Àbiad) con quelle del fiume delle Gazzelle (Bàhr-el-G¨azàl o Kèilak). In realtà però i Scìluk del nord vollero emanciparsi dal predominio tirannico del Re e de' suoi Consiglieri, mescolandosi cogli Arabi, dei quali non si può dire che sieno schiavi. Questi Scìluk non hanno stabili abitazioni, sono erranti; io ne vidi attendati fin presso al 14º grado, e vivono unicamente di pesca, di caccia e di furti; mentre i Scìluk del sud hanno stabili dimore ed esercitano, sebbene con poco amore e con poco studio, anche l'agricoltura. Essi coltivano il dòkn (holcus dùrah), e i campi sono per lo più alquanto discosti dalle abitazioni. Avvicinandosi il tempo della raccolta, i coltivatori abbandonano le capanne e fanno dimora in mezzo ai loro seminati, per frastornar gli uccelli che non mangino il grano, e per guardarli dai ladri. Allora non riposano la notte che sopra grandi alberi per difendere così la loro proprietà senza il timore d'essere assaliti dagli animali feroci.
Il Scìluk è per natura infingardo, poltrone, come ordinariamente sono tutti i Negri. Bere la merìssah (specie di birra), fumar la pipa al suono del tamburo e della rabàba (strumento simile alla ghitarra) presso donne e fanciulle, che gesticolano, ballano, e cantano a più non posso, è il più bel divertimento, l'unica sua ambizione.