— Ebbene; saresti tu disposto, o Ciòl, di venire con noi in Hèllat-Kàka?... Io sono risoluto di liberar quelle donne, e di liberarle senza piastre egiziane.
— E perchè no, rispose Ciòl un po' titubante; quando io sono con voi non ho di che temere. — Disse poi ad alcuni Negri di avvertire il Gran-Capo della sua partenza, e montò in barca.
I missionari tedeschi, ch'erano meco, approvavano la mia risoluzione; e ciò m'era di grande conforto. Il Ràies però mi diceva:
— Vedi bene, o signore, che ti metti in un bel cimento; spero tuttavia che tu n'esca al meglio, e conta pure sulla fedeltà mia e de' barcaiuoli.
— E più che in ogni altro, io soggiunsi, pongo la mia confidenza in Dio; Egli mi aiuterà, ne son certo. Volgi, o Ràies, la prora al sud, fa spiegare la vela, e ritorniamo ad Hèllat-Kàka.
Era il mezzodì del 19 febbraio quando partimmo, e alle tre ore circa pomeridiane fummo in Hèllat-Kàka. Appena arrivati, io e i tre missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman e Giuseppe Lanz, col turcimanno Cher-Allàh e col servo Ciòl, preceduti dal Ràies, movemmo difilati al luogo delle schiave Abialàñġ. Il Ràies già conosceva l'uakìl (il rappresentante), a cui erano state affidate; ed egli doveva presentarmi a lui in persona. Noi seguivamo taciturni il Ràies; ed eccoci finalmente al quartiere degli schiavi, uomini e donne, ch'era formato d'una specie di fila di capanne male allineate, le quali avevano qualche cosa di squallido e di desolante. — Mi sentii mancare il cuore quando le vidi. — Io volli osservare di dentro la prima, ch'era assolutamente vuota, con nessun altro mobile che un mucchio di paglia stomachevole pel sudiciume, gettata in un canto, sulla nuda terra, resa dura dai tanti piedi che l'avevano calpestata. Tutte le altre capanne erano abitate da schiavi, alcuni dei quali erano seduti fuori a prender aria perchè non ammalassero, legati come fossero cani rabbiosi. E sebbene non fossero là che da pochi giorni, io non vidi tra loro che uomini tristi, cupi, imbrutiti, e donne deboli e scoraggiate, donne che non erano più donne, ma che erano proprio a livello dei loro compagni.
— Quale è la capanna, io chiesi al Ràies, delle schiave Abialàñġ?
— Eccola qui, egli rispose.
La porta di quella capanna era aperta ed attraversata da un angarèb (letto arabo), sul quale stavasi sdraiato un giovane dongolèse, che vedendoci a comparire si alzò presto in piedi, si ritirò in disparte e fu tanto sorpreso di questa nostra improvvisa venuta, che dimenticò di farci que' complimenti che sogliono sempre farsi da un mussulmano.