Il vecchio mio turcimanno Cher-Allàh, il quale conosceva bene il sentiero che conduceva all'abitazione del Capo distante dalla riva del fiume quasi un'ora di cammino, andò solo senza alcuna scorta per annunziargli la nostra venuta. Ma il Gran-Capo era partito per Dim, villaggio nell'interno, e non sarebbe venuto che il giorno dopo. Cher-Allàh tornò alla barca verso le undici antimeridiane non più solo, ma accompagnato da un servo del Gran-Capo di nome Ciòl, il quale parlava e intendeva bastantemente l'arabico idioma che aveva appreso dagli arabi Abù-Ròf, ed era il principale confidente di Akòl-Guorgièb. Io avevo conosciuto Ciòl già da un anno, e me n'ero servito vantaggiosamente nella esplorazione che feci allora nell'interno del paese. Or bene, fatti i complimenti d'uso, egli mi disse:

— Domani adunque tu verrai a visitare co' tuoi compagni il Gran-Capo degli Abujò, Akòl-Guorgièb, ed io ti sarò guida; e, come ho inteso dal tuo Turcimanno, tu vuoi poscia introdurti fra i Dénka Abialàñġ; ma io non ti consiglierei davvero a mettere in pericolo la tua vita....

— Come?... non ti capisco, io dissi, sappi che anche l'anno passato ne visitai la tribù presso le rive del canale Tarciàm, e vi fui ricevuto con molta cordialità dal loro capo Fadièt-Niàr-Buòn, a cui promisi anzi che mi sarei stabilito con alcuni miei compagni nella tribù stessa; ed egli se ne mostrò soddisfattissimo. Come dunque or tu mi dici, o Ciòl, che non mi consiglieresti d'introdurmi fra gli Abialàñġ perchè metterei in pericolo la mia vita?

Ciòl allora mi raccontava che un mercante turco essendo passato di là colla sua barca, ed avendo veduto delle donne che attignevano acqua al fiume, le rapì a tradimento, ed uccise cinque persone. «Immaginati adunque, egli mi diceva, quanto gli Abialàñġ debbono essere irritati contro i Bianchi, fra i quali essi non sanno ancora ben distinguere il Frangi dal Turco, come lo so io.»

— E quante erano, io domandai, quelle donne?

— Erano nove, tutte donne maritate, ed una fanciulla sugli otto o nove anni, che son dieci. Ora gli Abialàñġ sono nelle furie, e cercano ogni mezzo per riavere le loro donne, o per vendicarsi contro i Bianchi.

— Senza dubbio, soggiunse quindi il Ràies della mia barca, queste sono le dieci schiave, di cui mi parlò quel Negro scìluk, le quali, o signore, io volevo farti vedere in Hèllat-Kàka.

— Certamente!... io risposi; poi rimasi silenzioso per qualche minuto, colla testa appoggiata alle mani, pensando a quello che avrei dovuto fare. Mi scossi alla fine ed esclamai: Oh! s'io potessi francheggiar quelle donne e ridonarle alle proprie famiglie!... che opera santa!... qual trionfo per me ritornando con esse nella loro tribù!... con quanto giubilo vi sarei da tutti ricevuto!...

— Senti, amico, io dissi a Ciòl, tu devi pure sapere ove ora si trovano le dieci donne Abialàñġ....

— Lo so di certo che si trovano in Hèllat-Kàka. Io e alcuni Abialàñġ, poco tempo dopo che furono rapite, le vedemmo da questa riva passare in barca, e le seguimmo co' passi e coll'occhio fino al momento dello sbarco. Allora abbiam chiamato l'uomo bianco, che ci rispose per mezzo di un interprete, e ci domandò che cosa volevamo da lui. Noi chiedemmo di comperare le schiave, ma non è stato possibile d'accordarci nella qualità del prezzo, poichè egli pretendeva piastre egiziane, e noi non potevamo dare che vacche.