— Padrone! Belàl ti ha ringraziato ed ha promesso che non penserà più a fuggire, avendo omai seco la moglie e il figlio.
Il Capo si allontanò, risoluto di non spingere pel momento le cose più oltre; ed ordinò di slegarlo, convinto di ciò che gli avea detto Bachìta.
Passarono poi venti giorni, che furono per Bachìta un'angoscia continua.
Belàl stavasi quasi sempre solo nella sua capanna, triste, melanconico, pensoso, colla testa appoggiata sopra una mano; parlava spesso e gestiva da sè; e qualche volta contraeva il volto, come all'apparizione improvvisa d'una immagine orribile. S'egli usciva dalla capanna, Bachìta tremando ne seguiva cogli occhi ogni passo e ogni gesto; talor l'accompagnava; lo cercava, lo chiamava. — Cosa pensi? gli domandava cento volte il giorno. — Ed egli rispondeva sempre: nulla!
Una mattina ella lo vide più inquieto, più triste, più stravolto del solito sotto una pianta, colle braccia incrociate sul petto, e cogli occhi spalancati e fissi al suolo. Bachìta piena d'affanno gli corse da vicino, s'assise, gli strinse una mano e gli disse a bassa voce, risoluta, con un accento in cui si sentiva tutto lo strazio dell'anima sua:
— Ascolta, mio caro, io non posso più vivere così! Mi sento morire! Non mi voler ridurre alla disperazione! Parla una volta, te ne scongiuro, dimmi che cosa pensi!
— Nulla.
— Non è vero! tu vuoi fuggire; e avresti il cuore di lasciarmi sola col figlio?
— No!
— Ebbene, qualche altro pensiero t'ingombra la mente forse peggiore... e voglio saperlo... io non parto di qui, nè ti lascio partire se non mi giuri che non fuggirai, che starai sempre con me, che mi amerai sempre; te ne prego in nome del bene che ti voglio, in nome di nostro figlio che tu ami tanto.