Quant'io ho detto non è che un embrione di ciò che avrebbe potuto dettare una penna meglio esercitata che la mia; ed oserei dire che nessuno varrebbe a descrivere ciò che quella donna espresse col linguaggio della parola, degli occhi e del gesto.

Io pure le parlavo spesso del figlio, e le dicevo che fu riscattato da noi Missionari sul mercato di Chartùm per istruirlo e per educarlo alla nostra religione, che è religione d'amore, che c'insegna di non far male a nessuno, e di giovare, potendo, a tutti, perchè tutti siamo fratelli, figli di un solo padre che è Dio, il quale non ebbe mai principio nè può aver fine, che dal nulla ha creato cieli e terra, che tutto regge e governa, che non può fare e voler che il bene, che conosce e penetra ogni cosa, che ha una potenza infinita, una bontà senza limiti, una bellezza ineffabile.

Le parlavo del figliuolo di Dio, di Gesù Cristo; della sua venuta al mondo, della sua vita, della sua passione e della sua morte per redimere l'umanità decaduta, ed insegnare a tutti la via che conduce al cielo.... anche a te, o Bachìta.

Povera la mia Bachìta! e tu non conoscevi Gesù Cristo, che ti amò sempre, e ti ama tanto perchè fosti abbandonata da tutti e maltrattata.... nè pur lo conosceva tuo figlio, ma or che lo conosce e n'è divenuto seguace, oh! quanto è felice! ed io voglio che tu lo sia con lui.... e lo sarai senza dubbio se ascolterai i miei consigli....

Gli occhi rotondi di Bachìta si riempivano di pianto, e da essi cadevano vive lagrime. Io pure piangevo di tenerezza, poichè pareami in quel momento che un raggio di fede, un raggio d'amore divino penetrasse nelle tenebre di quell'anima pagana.

— Ah! padre, diceva allora Bachìta, io voglio essere quello che è divenuto mio figlio.

— E lo sarai; Gesù Cristo ti aiuterà, come ha aiutato il tuo figliuolo, e così potrete essere un giorno ambidue angeli del cielo.

Bachìta recitava ogni mattino e ogni sera il Pater noster e l'Ave Maria colla Negra compagna e col turcimanno Cher-Allàh; e fra il dì, durante il lavoro, non faceva che parlare colla sua collaboratrice di Dio, di Gesù Cristo, e del proprio figliuolo; e sospirava il momento di vederselo e di goderselo da vicino. Ma oh! sventurata, che più non l'avresti veduto qui sulla terra!... Fra le paludi dei Nuèr fu colta da un sì terribile vaiuolo, che la trasse improvvisamente al sepolcro.... Su quel sepolcro tutti piangemmo Bachìta; ed io rimasto poi solo m'inginocchiai e dissi: eterno Iddio! Dà pace a quest'anima, che visse tanto oppressa, e fa che risorga immortale per partecipare alla gloria degli eletti; e che questa terra di maledizione sia una volta liberata dall'obbrobrio della schiavitù!

«Quando l'Africa possederà una razza emancipata e colta, — e bisogna bene che prenda una volta o l'altra la sua parte nel gran dramma dell'incivilimento umano, — la vita vi si spiegherà piena d'una magnificenza e di uno splendore appena sognati dai popoli settentrionali.»

«In quel misterioso e lontano paese dell'oro, dei diamanti, dei profumi, delle palme ondeggianti, dei fiori sconosciuti, della fertilità prodigiosa, nasceranno nuove forme per l'arte e splendori inauditi; e la razza nera, liberata dal disprezzo e dall'oppressione in cui la tengono, disvelerà forse le ultime e più magnifiche rivelazioni della vita umana. Essa dolce ed umile di cuore, disposta a lasciarsi guidare da un genio superiore e ad appoggiarsi alla sua forza, tenera e semplice come i fanciulli e sempre pronta a perdonare, sarà forse l'espressione più pura della vita cristiana, intima e vera. Forse quel Dio che castiga coloro che ama ha fatto passare la misera Africa per la fornace della prova, onde fondare in essa quel nobile e possente regno cui stabilirà quando tutti gli altri avranno fallito alla loro missione, poichè gli ultimi saranno i primi.»