d'un nero sangue...
D'un tratto, se bene la mano del morente avvolgesse il mio polso, se bene io ne sentissi il gelo nella mia midolla, un turbine mi separava da lui, un turbine sorto dall'assito di quella camera quieta. E bisognava che io mi levassi a seguitare una virtù che s'era partita da me e aveva superata la soglia. Erano ancóra su la tavola i fiori che avevo recati, e i frutti d'Italia. Erano le spesse arance siciliane, del cui solo succo omai si nutriva il mio amico, a stilla a stilla. «Non più ho bisogno dei vostri fiori e dei vostri frutti ma delle vostre preghiere». Allora discendevo nella Landa carica di polline sulfureo, lasciando dietro di me l'interlocutore silenzioso dei miei dialoghi affrontato col muro ove s'apriva il vano dello specchio inesorabile. E, come tutto in me era disposto al canto, facevo le mie preghiere.
Adunque il giorno che ricevette il sacramento dell'Estrema Unzione, mi mandò a chiamare. Come indugiai un'ora, mandò di nuovo. Pareva ch'egli fosse in grande ansietà. Salendo su per la duna, mi soffermavo per contenere il battito e per guadagnare qualche istante. Intorno alla Cappella era l'odore di quelle lacrime di ragia che sovente sostituiscono l'incenso e il belzuino nei turiboli delle Lande. Quando fui sul verone di legno, incontrai nello specchio il suo sguardo d'attesa. Mi spiava nel fondo del cristallo lugubre ove egli voleva essere testimone continuo del suo perire. Non stava già nel suo letto ma tuttora seduto su la sua seggiola. La sua santità era cresciuta di lume. Non soltanto egli era stato unto del crisma ma aveva anche ricevuto per messaggio la benedizione del Pontefice di Roma. E una reliquia preziosissima era su la tavola, presso di lui.
Soltanto allora seppi ch'egli possedeva nel suo oratorio una scheggia della vera Croce, e che da anni le aveva consacrato una lampada perpetua.
Non osai di sedermi, se bene invitato. Qualcosa di lontano e d'inviolabile era in lui, quasi che il vetro d'un tabernacolo lo proteggesse. Ma, quando mi fisò, il più umano tremito scompose le linee del suo viso spiritale, così ch'io tutto mi contrassi come a ricevere una percossa.
Egli ritrovò in sé il soffio bastante a formare la parola e il discorso, perché credeva di obbedire a un comandamento. Non poteva più tacere, non poteva più attenersi alla muta interrogazione dello sguardo e all'allusione timorosa. Già unto dell'olio santificato, stava per entrare con Dio in quel colloquio che non più consente di volgersi verso l'uomo. Egli non aveva se non quell'ora, sul limite del sepolcro, per indirizzare in via di salute l'anima confidatagli dalla divina providenza. Questo diceva il suo tremito.
Rare volte le mie radici ebbero uno scrollo tanto doloroso. Egli parlò. Io volgevo le spalle alla luce, e l'ascoltavo inclinato. Dietro di me la Landa stormiva al vento di ponente, e io era come ciascun albero e come la moltitudine. Potrei ottenere dalla mia anima la confessione di ciò che per l'uomo è inconfessabile, ma non otterrò mai ch'ella mi ridica quel che udimmo quivi.
Allora il pianto fu più forte della favella. Una creatura che pareva non aver più sangue, aveva ancor tante lacrime! Le mie mani erano tutte molli; e il rombo di una catastrofe terrestre non m'avrebbe dato lo sgomento che mi dava quel singhiozzo senile, lacerante come l'implorazione d'un fanciullo. Quel che v'è di più profondo in me pareva toccato, e pure conobbi una nuova oltranza; perché mi sentii baciar le mani!
Così l'umiltà chiedeva l'umiltà, l'amore chiamava l'amore. Non so quale atto altrui, nella mia vita, abbia potuto pesare su me come pesò quello. Per lunghe ore fui oppresso da una sofferenza quasi corporale, come quando l'equilibrio della vita è sconvolto dal germe d'una malattia ignota, che somiglia al presentimento d'una sciagura senza nome. E talvolta era come un rimorso confuso; e talvolta era come un'atroce durezza che si formasse di tutta la mia sostanza fluida, a quel modo che una corrente si congela; e talvolta mi pareva che tutto me medesimo non fosse se non un impedimento enorme a me medesimo, insuperabile, contro cui non avessi potenza ma soltanto ira.
La sera, sedato in parte il tumulto, accesi la lampada con l'animo di sottopormi alla disciplina consueta. Avevo bisogno delle mie mani per continuare la mia opera. Le posai su le carte, nel cerchio del chiarore, per considerarle. Un gran sussulto mi scosse, al ricordo recente. E mi parve, assai più che altre volte, vivessero d'una lor vita propria e quasi non mi appartenessero. Le sollevai e le guardai contro il lume: un poco tremavano, e tra le dita chiuse ardeva una linea rossa. N'ebbi pietà; poi n'ebbi orgoglio. Nel pollice, nell'indice e nel medio l'ultima fatica aveva approfondito il segno della penna. Pensai ai giovani pallidi e smarriti che me le avevano baciate d'improvviso, me repugnante, nell'ombra. Ma che cosa le mie mani dovevano a quell'atto del morente immacolato? Forse riposarsi, e attendere il novel tempo.