che braccia più vaste possiede
e silenzii più intenti
e rapidità più sicura;
ecco la Morte, e l'Arte
che è la sua sorella eternale...
Ma, di qua d'Arno, nella selva spessa che va sino al Calambrone, in un meriggio dello stesso luglio, portai il pensiero della fine su i miei piedi nudi come una fiera porta la sua fame o la sua vigilanza. Il demone del rischio mi aveva detto: «Va e gioisci. Beviti le musiche degli uccelli e dei vènti, abbàgliati delle luci, inèbriati degli odori. Una vipera ti ucciderà». Andai, e cercai la mia vipera. Portavo leggeri sandali di sparto legati ai malleoli con corregge sottili. Tanto era l'attesa che, quando mi sentii mordere la prima volta, non potei trattenere il grido. E farmi pallido in quell'aria affocata mi pareva una sorta di voluttà eroica. Guardai. Non era se non la puntura d'una spina: il sangue gocciolava, e tutte le vene del piede erano gonfie per lo sforzo del camminare nella sabbia ardente come la brace o su gli aghi arroventati come gli schisti del Deserto. «Non ancóra,» E seguitai, senza guardare a terra, entrando sempre nel più folto. E a ogni puntura dicevo: «Ecco». E non era se non un aculeo più acerbo. E ogni goccia di sangue mi pareva più preziosa. E tutti i miei sensi divenivano soprannaturali, perché creavano una natura più potente e più bella. Vedevo fumare dai cespugli l'aroma, la vita del pino brillare di sotto la scaglia come la porpora nel murice, l'esiguo triangolo chiaro nella coccola del ginepro significare il mistero d'un dio verde il cui baleno era la lucertola guizzante. E seguitai, seguitai, sanguinando, ma senza trovare la mia vipera. Se i miei piedi erano gonfii e dolenti, il mio capo era perspicuo e lieve come nel santo digiuno.
Un'allegoria è nascosta in ogni figura del mondo; e giova, secondo la sentenza di san Gregorio, «lo intendimento delle allegorie ridurre ad esercizio di moralitade». Sotto il più alto fervore, sotto la più profonda conturbazione del mio spirito la mia ferinità persiste, o giovine amico. E voi comprenderete perché, tornando dall'aver contemplato in ginocchio la beatitudine del Cristiano sul letto candido, io abbia palpato in ginocchio le mammelle numerose della Diana Efesia sotto la specie brutale.
Or qual bellezza doveva essere in quel Santo, se pareva che la morte le convenisse!
Bisogna credere che sempre e in ogni luogo lo spirito dell'uomo sia l'iddio verace dell'uomo e che le imagini mitiche o incarnate della divinità non sieno se non i modi che conducono a riconoscere sol quello: sol quello che non si può nominare e a cui non si può disobbedire. Gran tempo io diffidai del Galileo come d'un nemico, per una provvidenza che nel nemico pone la salute del forte. Pur non temendo il «dio senza muscoli», non m'avvenne di guardarlo negli occhi. Nella prima giornata di questo Quatriduo si narra come il sùbito pianto del vecchio me lo facesse presente. Ora a volte Egli se ne va davanti me, cammina sopra queste acque come sopra il mar di Tiberiade. Ieri si presentò su la riva e mi disse: «Getta la rete». E quel giovine dalla sindone che ora è il mio compagno, del quale si parla nella terza giornata di questo Quatriduo, si precipitò nel mare «perciocché egli era nudo, erat enim nudus». Questi sarà il mio mediatore affinché il Figlio dell'Uomo mi conduca a riconoscere compiutamente il mio intimo Signore. Così, dopo aver cantato tutti gli iddii, canterò il mio dio verace. E vi manderò il libro di Taigete come lo spirital fratello del libro di Alcione composto là dove non era altra croce se non quella degli staggi sospesa su la fiumana in un miracol d'oro. Ed è grazia della sorte che questo novo canto s'alzi dall'estremo Occidente ove «per cento milia perigli» era giunto l'ardore dell'Ulisse dantesco. E il dio voglia che, di continuo tendendo l'orecchio, riesca io a cogliere il ritmo della grande onda occidentale per mescolare con esso la mia anima italica.
Ma qual è il Redentore che voi aspettate, che aspettano i vostri eguali? Forse un nuovo sentimento sacro riempie freschi occhi che non conosco, che non vedrò mai. Talvolta, se ascolto, mi par d'udire pensieri ascendere come l'argento e il cristallo di quel vasto coro infantile che saliva dallo Stadio nella Città subalpina. Qualcuno scrolla e sfonda porte lontane; e par mi giunga lo strepito indistinto. Qualcuno reca in sé tutta una stirpe occulta e bramosa, che chiede di nascere. E chi sale contro a me, dall'altro declivio del secolo, in silenzio? Colui che io ho annunziato?