Ieri, su l'Atlantico, una imaginazione mi venne dal ripensare che in Tespia il simulacro di Amore era un sasso greggio. Anche ripensavo a quegli zòani primitivi che aveano le gambe congiunte l'una all'altra e congiunte le braccia lungo i fianchi sino alle cosce. E consideravo la potenza commossa dell'artefice che primo disgiunse le gambe del dio rude e primo atteggiò al gesto le braccia. Per ciò guardo e interrogo le mani dei giovani pensosi, se sien capaci di tagliare il sasso greggio di Tespia. Taluno ha l'aria di aver dormito in un tempio e di non voler parlare. E la sua faccia par piena di segni e di segreti come la palma della mano.

Ma non sempre indarno io ho masticata la foglia del lauro, come gli indovini, pur temendo gli indovinamenti del mio cuore.

E vengono verso me fantasmi che non si generano dai miei sogni.

E che può mai essere per me il rinascere, se «io nacqui ogni mattina»? Ora la cosa non è più tra me e l'alba.

E ora so che il dio verace è quello a cui non si può disobbedire, quello contro cui non si può commettere peccato. E quello io debbo trovare e conoscere.

E la qualità della mia fede è tale che, quando apro il volume della Comedia, io credo aver Dante visitato in carne e in ispirito i tre regni.

E io, il quale volli un tempo essere un Maestro, ora so come nulla di ciò che è veramente vivo e divino possa essere insegnato.

E io, che più d'una volta respinsi l'ingiuria, ora comprendo la parola del Crisostomo: «che niuno non può essere offeso, se non da sé medesimo».

E io ricevo ora la forza di tutti i miei errori vinti e di tutti i miei mali superati, come quel cavaliere del romanzo carolingio, il quale ereditava il potere di quanti uomini e mostri abbattesse la sua lancia.

E so che gli occhi lontani di quelli che piansero e piangono su i miei errori e su i miei mali non possono essere né puri né profondi.