che toglie altrui memoria del peccato;
dall'altra, d'ogni ben fatto la rende.
Ma, pur trovandomi in paese di sete e sitibondo, non m'attentavo di bere. Tuttavia rimanevo tra quei due confini senza trascendere né l'uno né l'altro (non per rientrare nella mia patria antica, non per avanzarmi verso la mia patria futura) quasi in una sosta di contemplazione e d'indagine. E quivi pensieri viventi, sin allora a me estranei o da me ignorati, mi divenivano familiari come i colombi che beccano il frumento nel cavo della mano. E talvolta il giovine dalla sindone era meco; il qual serbava in fondo agli occhi notturni una imagine del Maestro non veduta da alcuno. E mi lasciava egli scrutare il fondo de' suoi occhi, talvolta.
Ricomparire dinanzi all'Unto di Dio, mentre gli stava ancóra in bocca il respiro carnale, mi pareva intempestivo; né avrei voluto di nuovo toccare la sua mano, assistere agli ultimi istanti, udire i suoi rantoli, farmi testimone della sua fine. Piuttosto che commettere un tal fallo, sopportavo il dubbio di sembrargli duro o richiuso. Ben so come ornai, di quel ch'egli soleva chiamare «il nostro bel segreto» nel tempo della reticenza, io non possa più parlare se non con me medesimo, e sotto la specie del canto misurato.
Gli mandavo ogni sera i frutti italiani; ché qualche stilla di quel succo fu sino all'estremo l'unico suo ristoro. Ma pregavo la sua figliuola che non glie li mostrasse, non potendo ella recargli anche la preghiera sconosciuta che l'accompagnava. Seguivo col pensiero la fresca offerta che giungeva alla casa di legno verso l'ora della salutazione angelica. Credevo udire la campanella della porta, il passo di quella che andava ad aprire, le parole susurrate, e poi nell'ombra lo scroscio dell'arancia sugosa premuta nel bicchiere che riluceva. E quella imaginazione mi diveniva presenza quasi reale. Sentivo l'odore spandersi; vedevo biancheggiare il morente sul guanciale, e il chiarore della sera adunarsi nello specchio come negli stagni della Landa. E si generava in me non so che dolcezza accorata e melodiosa, da cui sgorgò una sera il canto alterno di Ugo e di Parisina presso il ceppo del supplizio, in fondo alla Torre del Leone.
Diceva Parisina:
Udito hai tu,
udito hai tu sul muro
della torre crosciare
la piova? Tutto è fresco,