Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre nell'orazione.
«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de' suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito. L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del cuore.
Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio.
Giova ciò solo che non muore, e solo
per noi non muore, ciò che muor con noi.
Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava l'usignuolo.
Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido. M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati.
Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?» chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella tinozza i dodici piccoli cadaveri.
Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino.