Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una sola pace, una sola beatitudine.
Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento, può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva quella bellezza.
Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro.
Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre, stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile. L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse connessa.
Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso, quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra, e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni insostenibili aveva serbato nel profondo?
Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «Voce mea ad Dominum clamavi.» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro miracoloso di allodole.
Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce.
Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano, si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio: risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile a un grande arcangelo velato.
Giova ciò solo che non muore...
La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina. E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per dire con un'allegrezza imperiosa: «Aperite mihi portas justiciæ. Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei». Non mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile, non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa?