La sera me lo rividi ritto su la loggia, nell'ombra. Per gli occhi sbarrati dallo spavento m'entrò anche più a dentro. M'era sconosciuto; non sapevo nulla di lui, fuorché qualche notizia vaga del suo stato modesto, della sua vita volgare. E l'avevo compagno implacabile. Calando il sole, cominciavo a temerlo. M'aspettava presso il cancello, quando rientravo. Nelle notti di lavoro, quando nella stanza attigua la candela s'era strutta, appariva nel rettangolo buio dell'uscio. Gli vedevo l'orecchia piena di grumi, la bocca e il naso carichi, il braccio scarno. E non m'era più possibile dormire dalla parte del mare.

Poi fu meno assiduo, si mostrò a intervalli sempre più lunghi, si scolorò, divenne una larva fievole, si disperse. Ma il pensiero della morte restò in me gravato da quell'orrore.

Ed ecco che riappariva, ecco che si rimetteva bocconi su la sabbia ad aspettare, come se io dovessi di nuovo imbarcarmi e andare a cercarlo!

Sì, la paura corporale della morte era in me, come se l'uno e l'altro amico dipartendosi m'avessero curvato verso il sepolcro, verso la putredine l'ossame e la cenere. Le dita invisibili della malattia mi sfioravano la nuca, le reni, la gola, i precordii. Camminavo imaginando le gambe appesantite da un piombo subitaneo o invase da una sorda mollezza di bambagia. Vedevo chino su me il medico che ascolta e che palpa. Un soffio, un fremito, un qualche romore di condanna m'esciva del cuore; o da una molecola del cervello un offuscamento repentino si spandeva su tutto, come il nero che schizza dalla borsa della seppia e intorbida l'acqua.

Dominai l'angoscia. Tuttavia le cose mi si manifestavano come se io le guardassi da non so che chiusa profondità. I suoni parevano impigliarsi nel silenzio come in una sostanza tenace: il gemito fioco d'una sirena all'imbocco, il rombo d'un'elica, il tonfo d'un remo, il richiamo d'un pescatore, il grido d'un uccello. E le attitudini disperate dei pini, davanti la mia loggia, in tanta inerzia dell'aria, mi toccavano per un sentimento simile a quello ch'esprimono i gruppi scolpiti della Deposizione, ove le Marie si piegano sul divino corpo investite da una ráffica di dolore. Lo sforzo iroso del vento aveva torto per anni i tronchi e i rami; e l'aspetto della tortura durava, mentre l'aria era immobile.

Un fanciullo mi portò l'annunzio dall'infermeria domenicana. Uno dei figli mi scriveva come il padre gli avesse raccomandato di annunziare la sua fine a me prima che ad ogni altro e di comunicarmi che nel Venerdì Santo «all'ora di nona» m'aveva benedetto e poi non aveva più parlato in terra.

Mi disposi di visitare il beato, declinando il sole. Non so che umida dolcezza s'era diffusa nel cielo: qualcosa di racconsolato e di fidente, che mi ricordava il volto del vecchio quando uscimmo insieme sul sentiero di paglia, la prima volta, dopo il pianto. I gradini della mia scala esterna erano polverosi di pòlline, ove il piede lasciò la traccia. Il medesimo solfo vivace ingialliva i margini del viale. I miei cuccioli di otto mesi, che l'uomo del canile conduceva su la spiaggia per l'esercizio del pomeriggio, mi corsero incontro facendomi festa a gara. Alzati su le zampe nervute, mi coprivano della loro vita pieghevole e trepidante. I loro denti erano più puri del gelsomino, e i loro occhi vai o grigi o lionati parevano scintillare alla cima della loro inquietudine. Una pena mi si svegliò nel cuore: pensai ai miei cuccioli di cinque giorni, dagli occhi ancóra suggellati. Erano nove; e, per non spossare la madre, bisognava risolversi alla scelta crudele, al sacrifizio dei meno belli e dei meno forti! Avevo fatto cercare da per tutto una nutrice, senza riuscire a trovarla. Entrai nel canile, col cuore ammollito da una pietà quasi feminea. La levriera, coricata sul fianco, teneva il muso nascosto tra le zampe incrociate, con la grazia del cigno che caccia il becco sotto l'ala. I suoi belli occhi d'un colore di dattero avevano una lucentezza quasi febrile, e un lieve affanno sollevava le sue costole disegnate come i madieri d'una carena. Cinque de' suoi piccoli poppavano, con un vigore già pugnace, pontando contro il seno materno le due zampette per ispremere la mammella, scotendo a tratti il capo per meglio trarre; e un'ondulazione di godimento correva dalla grinzolina della collottola alla punta della coda di sorcio, parendo quasi render palese il getto irrigante; e un fievole fiottìo accompagnava il poppare, un fiottìo lontano che faceva pensare a quello mattutino dei gabbiani sospeso su la bonaccia. Gli altri quattro, sazii, dormivano sul dorso come bimbi, mostrando il ventre roseo dove l'ombelico era appena chiuso, mostrando la pianta dei peducci lucida e tenera come certe fogliette appena nate, che sembrano di cera e di lanugine. A quando a quando sussultavano e gemevano come se già sognassero. Uno seguitava a poppare in aria, con la bocca molle modellata su la forma del capezzolo; e la lingua era concava come un petalo carnicino; e la gola palpitava come se tuttora la irrigasse il latte.

Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso. La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole, come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro. Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle creature viventi.

L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella Landa».

Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! O vernalis rosula!»