La casa era tacita; l'adito era vacuo come quelle aperture senza vetri e senza imposte, che sfondano all'infinito nelle case abbandonate di Assisi. Una donna passò cautamente, s'inclinò su la soglia, si fece il segno della croce, disparve nell'ombra. Un uomo ne uscì, s'incontrò con una fanciulla dai capelli sciolti, si mise l'indice su le labbra per ammutolirla, poi la trasse pel braccio nudo. Nessuno piangeva. I lineamenti umani erano come raffermati dalla necessità. L'aspetto della casa stessa era come Indurito. L'aria intorno vi pareva senza mutamento. Qualcosa come un cristallo spesso la separava dalla respirazione del borgo sparso per le sabbie, ov'era sonata l'ora del pasto comune.
Stavo accosciato su le radici d'un pino. Giovanni era meco, o la parte migliore di me era divenuta simile a lui; perché tutte le cose fisse intorno, tutte le cose radicate, erano in me riunite da movimenti d'amore come nel ritmo della sua poesia. Le formiche salivano e discendevano per le vecchie cicatrici del fusto come per le lor vie maestre, in traffico, mentre taluna di loro galleggiava morta nel vasetto d'argilla colmo di résina e d'acqua piovana. Pei nuovi intagli la ragia colava bianchiccia come la cera che si strugge e goccia intorno ai torchietti dell'altare; ma qua e là vi brillavano lacrime limpide come acini di cristallo. E dove erano infissi i pezzi di bandone obliqui per condurre lo scolo, quivi la piaga pareva più dolente. E, se volgevo gli occhi alla cima, sentivo ch'essa non era toccata dal dolore ma era assorta in un pensiero d'altezza. Redolet non dolet.
Tutto si santificava in una luce di grazia, in una «bontà senza figura.» Il più tenero fiore di cinque petali era schiuso entro una povera scarpa accartocciata come una scorza. Un germoglio lanoso spuntava dal fóro di una latta arrugginita; e tra gli spigoli della lamiera storta brulicavano su per i fili della tela minuscoli ragni, gialli come granelli di pòlline. E il minuto pigolìo dei pulcini nascosti nel cespuglio era come se quel brulicame divenisse vocale. E da ogni più piccola voce si partiva un'onda senza fine confusa nell'immensa dissonanza del vento. E il vento era come il rammarico di ciò che non è più, era come l'ansia delle geniture non formate ancóra, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto d'anime lacere e d'ali vane. E forse andava, laggiù, a sfogliare il libro aperto sopra il leggìo di quercia, quel libro ch'era antico quando la quercia ancor «viveva nella sua selva sonora». E forse l'ascoltava, laggiù, il cieco che non sa donde venne, non sa dov'ei vada, né può cansar l'abisso che si sente ai piedi... «di fronte? a tergo?»
Tanto era viva la presenza fraterna che mi volsi come se avessi udito il mio nome. E Giovanni di San Mauro era là, sotto un gran rovo intricato che soffocava una ginestra in fiore. Aveva la sua veste dei campi, la sua veste di contadino: il capo scoperto, il collo nudo. Sedeva sopra un ceppo tagliato. Col mento nella palma, mi guardava dentro il cuore; e, nella fissità, la sua guardatura aveva a destra una lieve loschezza come se quella fosse la pupilla sempre «intenta ad altro». Era tutto bianco, incanutito; e la fronte era veramente un luogo di luce per moltitudini, ma le ritrose dei capelli le davano un che di selvaggio in sommo, un che d'indocile su tanta umiltà. Le sue mani scarnendosi erano divenute belle. E il silenzio delle sue labbra era fatto di quelle profonde pause che ne' suoi poemi contengono il suo più umano amore o il suo più divino orrore.
In quel punto scoccò, dalla torre della Cappella, l'ora seconda dopo mezzodì. Sul verone il vano dell'adito era come un gorgo d'ombra. N'escì una donna che non piangeva, ed entrò nella porta accanto, levando le braccia. E vennero alcune altre donne, alcuni uomini, una fanciulla, tre giovinetti; e nessuno piangeva. Ma tutta quella famiglia adunata sembrava assumere una forma atta a ricevere l'ignoto, a ritenere in sé il peso dell'esanime. Il morto entrava nei vivi; e, prima di trasformarsi in memoria, riviveva in loro con la sua canizie, con le sue rughe, con le sue spalle curve, con i suoi occhi pallidi, con la sua voce fievole, con le sue viscere ulcerate. Entrarono l'un dopo l'altro nel gorgo d'ombra; s'inginocchiarono, s'accalcarono intorno al letto, divennero una cosa compatta su cui il morto pesò come su una bara di carne e d'ossa. Tutte le voci della Landa non valevano contro il silenzio che serrava la carcassa di legname in quella guisa che i ghiacci polari serrano la chiglia della nave prigioniera. La casipola rossastra, dentro la sua siepe di biancospino e di giunco marino, covava il più chiuso mistero del mondo: il corpo dell'uomo santo, la spoglia inerte di colui che ha offerto l'anima a Dio e votato sé stesso alla vita eterna.
Passai davanti alla porta, su pel sentiero di sabbia, senza arrestarmi. A ogni passo, mi pareva di perdere qualcosa di me, di lasciarmi sfuggire qualcosa di più fervido che il sangue, come se fossi premuto dal rigore di due ombre. A ciascun fianco avevo la morte, come chi cammina fra due compagni per favellare con l'uno e con l'altro alternativamente. Vedevo il cadavere nell'aspetto più spaventoso, quando non è ancóra immobile, quando non è ancóra in pace, quando il rito funebre lo manomette, lo costringe a simulare il gesto, movendolo, sollevandolo, nel purificarlo, nel vestirlo. Come giunsi al principio della mia viottola, a poca distanza dal cancello, mi riscoppiò nello spirito un lampo dell'allucinazione che mi aveva tormentato per tutto l'autunno. L'uomo era là, ma senza rilievo.
Quando salii su la mia duna, la bassa marea aveva scoperto nell'insenata il lungo banco mediano, simile nella forma sottile a un ramo secco di palmizio. Era grande bonaccia, nell'aria e nell'acqua. I velarii continuavano a svolgersi e a dissolversi. A tratti il sole appariva tra lembo e lembo; e tutte le sabbie si schiarivano, con un che di molle come il colore interno della banana. Si velava: e tutte scurivano, si facevano brune come gli aghi aridi accumulati, come le fascine delle palafitte.
Il corpo dell'annegato si riformò sul banco, intiero come quando l'avvistai la prima volta.
Fu una mattina di settembre: un cielo candido, un mare quasi di latte. La marea discendeva. Ero seduto su la loggia. Guardando, scorsi sul banco non so che cosa solitaria e immobile, la cui tristezza mi gravò il cuore prima che la vista la riconoscesse. Era un cadavere deposto dalla corrente, era l'annegato del giorno innanzi: una povera cosa nuda, più misera d'un rottame, più squallida d'un mucchio d'alghe; ma ora pareva che tutti i lineamenti del paese e della marina, da levante a ponente, da borea a mezzodì, convergessero in quel punto di miseria. Scesi alla spiaggia, chiamai due rematori; e andammo con la barca fino alla secca, per ricondurre l'uomo. Stava bocconi, con la testa pendente in un cavo della sabbia, con le ginocchia profondate, con le calcagna in alto, con le mani conserte presso l'ombelico. Il sangue versato dalle orecchie e dalla bocca tingeva la poltiglia acquidosa, e la rena scorreva lenta nel cavo e si mescolava al sangue. Un'orecchia e i capelli intorno erano ingrommati; il braccio era scarnissimo, bianchiccio, debole come un braccio di femmina; le unghie e le falangi erano paonazze come quelle del tintore a zàffara; le gambe erano pallide sotto i peli bestiali, i piedi erano chiazzati d'azzurro. Lo guardavo con l'attenzione terribile dell'arte, come non l'avrebbe guardato neppure la sua madre; me lo stampavo dietro le pupille. Tenevo curvato su lui il mio ribrezzo angoscioso con le due branche della mia volontà. Una vespa ci ronzava intorno insistente, e la sabbia era lavorata come i bugni.
I rematori gli presero i malleoli in un nodo scorsoio, e lo trassero in acqua con la gomenetta legata a poppa. Il sangue nero rimase nella poltiglia, e lo lavò la marea più tardi. Ricevetti per sempre nel cervello anche l'orrenda scìa. Poi i due, aiutati da un terzo, lo sollevarono all'approdo. Ciascuno lo teneva sotto l'ascella, e il terzo per i piedi cerulei. S'inarcava appena, essendo rigido; e la testa pendeva giù come nel cavo, col naso pieno di coagulo rossiccio.