O giovine amico, ciascuno di questi pensieri non è se non il tema d'un inno e non può esser condotto a compimento se non dal ritmo eroico. E credo avere accresciuto il numero delle mie corde dopo questi funerali, come il costruttore di città, avendo imparato la melodia dei Lidii nelle esequie fatte a Tantalo da essi Lidii, aggiunse tre corde alle quattro della lira.

Ma pur saprei soffiare su ciascuno come il fanciullo su la lanugine del cardo argentino, per astringermi di considerare nella mia memoria quel poco di sole che impallidiva su quel poco di paglia davanti alla porta del mio malato e quel poco di vetro rotto che vi luceva come lacrime o rugiada.

Il silenzio era un inno senza voce.

Tale potrebbe essere allora il mio silenzio. Ma quegli che sale contro a me, dall'altro declivio, quando m'incontrerà e gitterà il suo grido?

O mio giovine amico, talvolta la giovinezza mi chiama dalle viscere della Città come la sirena dall'abisso; e accorro, ansioso, alla mia maraviglia e alla mia perdizione. Amo cercare nel traffico e nell'ignominia della via gli occhi dell'Ignoto, gli occhi fissi che mi sfidano, gli occhi obliqui che mi sfuggono, sotto il rombo senza pensiero. Ho su la lingua la cenere dei miei sogni, e la mastico per non esserne strozzato.

La penultima sera d'aprile ebbi nella via un compagno ventenne: un volto imberbe modellato dal pollice ferreo del Destino come quello del Beethoven; un cuore chiuso in cui forse sonavano le quattro note spaventose della Sinfonia Quinta. Andavamo a paro, oppressi da uno di quei cieli d'uragano bassi e rossastri, sotto i quali Parigi sembra schiumare e fumigare come un bulicame enorme. La carta dei giornali, ond'era invasa tutta la città, pareva elettrica come quando esce tesa dai cilindri della cartiera nei giorni secchi scoppiettando di scintille. Il bandito famoso era morto laggiù, nella casa diroccata e arsa, dopo l'assedio feroce e ridevole, gittando l'ingiuria suprema fuor del suo capo forato da dodici palle. E, mentre era celebrato nei fogli l'eroismo degli assediatori coperto di materassi, l'atroce parola plebea pareva fosse per rimaner sospesa su l'immensa adunazione dei tetti sicuri, fino al crollo totale. Tutto lo spazio era pieno di violenta morte, di bellezza torbida, e di non so che travagli, e di non so che presagi, come se il Futuro si chinasse dalla nuvola ferrugigna a soffiarci sul viso il suo polline ben più potente che il vivo solfo della Landa pinosa. E ci pareva d'entrare in ogni via come il soldato entra nella trincea, ed ogni via ci pareva chiusa come i vicoli ciechi, e ci pareva di sfondarla con la volontà senza gesto. E un branco di bagasce, contro un muro infetto dalla lebbrosìa degli affissi, ci guatò di sotto ai grandi cappelli piumati, con qualcosa di selvaggio negli occhi pesti e nelle labbra dipinte, simili a menadi sfatte di un Dioniso tavernaio. E più in là, dietro una vetrina piena di dolciumi stantii e di sciroppi inaciditi, scorgemmo la Parca Atropo. E più in là, dentro una meschina bottega d'oriolaio, intravedemmo un Saturno barbato e scerpellato che mangiava un lungo rocchio di salsiccia figliale, tra orologi morti e decomposti.

Come il mio compagno povero abitava nel sobborgo, per aspettare l'ora del treno entrammo in un piccolo Caffè; e ci sedemmo l'uno accanto all'altro davanti a una lastra di marmo su cui la traccia lasciata da una sottocoppa sporca disegnava il circolo dell'eternità. E il luogo ignobile s'empì del nostro tumulto inespresso, come una conca è piena di rombo oceanico che solo un orecchio aderente ode. E, quando il tavoleggiante accese sul nostro capo il becco del gas, vidi la bocca del mio compagno simile alla bocca dei mutoli che vogliono parlare; e forse era piena della parola nuova, o forse soltanto di saliva angosciosa. E guardai anche quel chiarore su le sue mani pallide, pensando al sasso di Tespia. E non mai ebbi così grande il sentimento d'un dio ignoto che divorasse un'anima gonfia.

«Bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo». Tornai indietro solo, verso la febbre notturna; e alzavo di tratto in tratto gli occhi al volto indistinto che dalla nuvola si chinava verso me come quelle strigi gotiche dalle gronde delle cattedrali. E, passando per una via angusta, di colpo la bertuccia d'un merciaiuolo ambulante mi saltò su le spalle. E tutto il lastrico sonò di risa e di motti plebei. E l'ingiuria lugubre dell'uomo dal capo forato era sospesa nel crepuscolo pregno d'una forza senza nome. Ma il mio compagno ventenne, traballando laggiù nel treno tardo, udiva forse Amfione preludiare sopra un mucchio di calcinacci.

Ora bisogna che anche noi ci separiamo e poi ci ritroviamo, mio giovine amico.

Addio.