Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno, simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense, ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne accarezzandosi.
— Dove siamo? — diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo. — A El-Bahadja? E quella è la bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia!
Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirlande.
— Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.
Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».
— Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice. Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come suona il suo flauto di canna quando è in vena!
Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò le rendeva più ambigue.
— Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei: grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo, Aini! Danzerò per te.