— Allora la lascio.

— Prova.

Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come un'imagine del cielo di sopra Oltr'Arno le selve di San Rossore nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava l'amore come una spada di fuoco.

— Baciami, prima — ella disse, traboccante d'angoscia voluttuosa.

E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto e sepolcreto.

Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel cuore.

— Addio, rondinetta!

E sùbito la sua mano fu vuota.

— Aini, che hai?

Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era fiso.