— Ora vedrai.

Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo, con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha abbassato la fràmea, paralo la bocca dai baffi come da una baviera. Si ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero. Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità, sempre la medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese. Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso. Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira. Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il piede su l'erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte». Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo, in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù.

E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella; sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno scoppio di collera.

— Basta! — proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i gomiti e respingendola. — Basta!

La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia l'impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice, un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a volta a volta nel bel viso di dèmone.

Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii. Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.

E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!» Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la brughiera interrotti dall'orribile schianto.

E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.

Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:

— Giovanni!