In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidìo roco, dilatandosi in fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo notturno. Le cornacchie!

L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro, quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto fu melodia e visione.

Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile, con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade, prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene più azzurre. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti, riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il ritorno del suo più remoto destino.

Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.

«Ah, férmati!» voleva ella pregare.

Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d'incendio, un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in portici di piropo, fiammeggiarono.

«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare, il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque; che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell'ombra. Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e dalle saette del Centauro.

«Ah, férmati!»

Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.

— Madonna Pisa!