Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio, ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti letti di silenzio e d'ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte, quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?
E Lunella pregava:
— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancóra! Resta un altro poco, Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!
— No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come ti riduci? Hai ancóra il singulto.
— No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.
— Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.
— Tutto mi passa.
Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime, tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota di tratto in tratto, scotendola.