Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e Aldo ne tremarono, e si guardarono.
— Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.
— Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.
— No — disse Vana — non ho voglia. Non me ne ricordo più.
Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di pena, soggiunse:
— Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.
Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la voce del vento nella steppa deserta.
— Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.
Si guardarono con una indicibile malinconia.
Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate in certi monili egizii.