— La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! — ripeteva la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che abita in noi e usurpa la nostra sostanza.
— Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? — egli le disse. — Perché ora mi separi da te?
Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:
— Di che soffri?
E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.
L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi, raccogliere una pietra e scagliarla.
— Ah, che importa, — rispose egli cupamente — se voglio morire?
— Lasciami sola! Lasciami sola! — ella proruppe con una violenza repentina. — Non ti conosco più.
Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.