— Attinia! Attinia!
Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con una bontà paziente, con una pazienza serena.
— Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.
— Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.
Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:
— Mamma, c'è il pazzo.
La donna soggiunse:
— Venga, venga. Non abbia tema. È buono.
E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde nessuno usciva più.
— Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?