La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.
— Dov'è la Reggia?
Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.
— Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.
— Domanderanno? Ecco la piazza!
La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza, si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.
— Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una piccola folle polverosa.
Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile dell'Universo.
— C'è il campanello — disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un busto di gesso parlante.