— Voglio tornare indietro.
— Vuoi? — disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro.
— Voglio tornare indietro. Arresta!
Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.
— È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare — disse egli affrontando la tortuosità repente. — Bisogna andare avanti.
— Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino.
Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana.
— Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia.
Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere.
E la notte era venuta.