Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.
Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.
— Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli — diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva.
Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti.
— È la notte di San Lorenzo — sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.
Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abbagliante.
— Faceva un bel pensiero?
Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'alto sopra di lei come per predarla.
— Sbrìgati: sono stanca — disse.
Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai.