— Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....
Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando; chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano, scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose, inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso.
Ella si levò, sbigottita.
— Ho ancóra da annodare il nastro — disse Chiaretta.
— Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.
— E domattina?
— Chiamerò.
Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti. S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina.
Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati.
— Piccola, non dormi?