— C'è in là un altro giardino, — diceva ella errando — un altro giardino.

E, attraverso una grata, apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e, oltre le mura, una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridìo delle rondini, e traudito fu il gracidìo delle rane, nel cielo, nell'acqua, in un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e l'altra voce.

— Non è questo.

Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari azzurri del soffitto ove un oro più nobile e più solido di tutti gli ori s'ammassava in volute, in rosoni, in pigne scolpiti con robustezza romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i cerchi di ferro rugginoso.

— No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico!

Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza fine.

— È questo? — disse Paolo chinandosi a un davanzale.

Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di ortiche, di rottami, di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la bùccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo più lontano.

— Ci può essere una cosa più triste in terra? — disse la donna ritraendosi.

Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo; una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci; un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa, discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.