— Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne proferite dinanzi alle urne sepolcrali.
Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico, nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo severo, e i loro fianchi battevano.
— Assra! — gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d'ocra rancia.
Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.
— Perché la gridi? — disse Paolo.
— Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e di rigagni.
Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.
— Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è passato per qui prima di noi?
Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.