Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte, le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.
— Vana, il viaggio equestre agli Inferi! — disse il fratello con una voce più bassa ma con un riso più strano.
E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.
— Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva. Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.
— Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? — le diceva Isa, con la sua voce più carezzevole, per illuderla. — Vuoi che ne faccia una anche per te, di gelsomini?
Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici le distrusse.
— Fino a quando dunque mi terrai broncio? — si lamentava l'una.
Dimandava l'altra:
— E a me fino a quando?
E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso: