Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno. Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.
— Paolo, — gli disse un giorno sorridendo — vuoi venire con me oggi in fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge. Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.
— Vengo — rispose Paolo.
— Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di rose gialle.
— In fondo alle Balze? — fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.
— Ah, non sai — disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo della sua sigaretta — non sai che, in una sera di disperazione e di libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.
Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia; e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel sorriso in una pietra.
— È vero, Vanina? — domandò Isabella, legando le due estremità del filo su la collana aulentissima.
— Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un poco sfatta.
— Prendi intanto questa — disse Isabella accostandosi alla sorridente che si lasciò toccare senza mutarsi.