Il mento d'Isabella tremava.

— Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo vegliò la salma del suo amico?

Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

— Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?» Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto.

Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza, nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte piangeva il suo pianto di luce.

E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.

Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia. Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute, non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure, nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa, che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi, dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.

La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi. Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l'intero corpo.

Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo austero di Sebastiano Bach.

Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.