— Se mi amasse? — ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre quel che non si esprime.
Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si volse e disse:
— Se t'amasse per pietà?
Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:
— Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre.
Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.
— E quale fu la sua ora?
— L'ora funebre.
Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.
— Quale?